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Post Taggati ‘cambiamenti climatici’

Orso polare sofferente di Paul Nicklen

     I biologi e fotografi naturalisti Paul Nicklen e Cristina Mittermaier, tra gli altri lavori, hanno documentato con foto e un video la sofferenza e la forte malnutrizione di un orso polare sull’isola canadese di Baffin. I biologi hanno condiviso un post e il video lo scorso 5 dicembre in occasione del lancio del progetto “Tyde” di Sea Legacy e da allora è stato visualizzato da milioni di persone.

     L’areale dell’orso polare, a causa dei cambiamenti climatici che hanno provocato una progressiva riduzione della calotta glaciale artica, negli ultimi decenni si è ristretto notevolmente. In queste condizioni sono molti gli orsi che muoiono di fame ogni anno.

     Alle sofferenze per la scarsità di cibo di centinaia di milioni di persone nelle aree più povere del pianeta, in Africa, Asia e Sudamerica, bisogna aggiungere anche la sofferenza e la scomparsa di molte specie animali e vegetali, tutto come conseguenza di uno sviluppo umano insostenibile nel tempo e fortemente squilibrato nelle e tra le diverse aree della Terra. Secondo molti studi, le differenze economiche e sociali continuano ad aumentare: pochi ricchi sempre più ricchi e la fascia della povertà che aumenta in quasi tutti i Paesi.

     L’orso polare rappresenta un simbolo di sofferenza e morte che comunque lascerà indifferenti quanti, presidente degli Stati Uniti in testa, continuano a ignorare i cambiamenti climatici o a ritenerli non collegati alle attività umane e all’emissione in atmosfera di miliardi di tonnellate di gas serra-inquinanti ogni anno.

     Il video straziante e commovente si può vedere QUÍ. Naturalmente i biologi-fotografi non potevano intervenire per somministrare cibo (carne di foca) che non possedevano: un orso affamato inoltre è inavvicinabile senza un intervento di sedazione. Il problema riguarda tutti gli abitanti dell’artico e comunque a poco sarebbe servito riuscire a salvarne uno.

Crediti: https://www.lifegate.it/persone/news/orso-polare-fame-paul-nicklen . Crediti immagine: https://www.wwf.it/orso_bianco3/, con il Progetto Orso Polare.

“Planet is calling” del WWF

Il nostro Pianeta ci sta  lanciando un disperato SOS: non possiamo più restare a guardare, il momento per agire è ora: il futuro del Pianeta dipende da te!”

     E’ lo slogan lanciato dal WWF per sostenere la campagna “Planet is calling”. In 30 secondi di video, la presentazione dei cambiamenti climatici in atto, con il 2017 considerato un anno terribile per il Pianeta.

     L’iniziativa serve anche per sostenere la nuova campagna di associazione al WWF, quindi è anche un fatto commerciale (forse anche troppo). Ma questo non toglie nulla ai meriti del WWF e ai suoi numerosi progetti internazionali che si sono succeduti negli anni per la salvaguardia del Pianeta.

     Sono particolarmente interessanti per la didattica le pubblicazioni su vari temi di carattere ambientale, ricche di dati e liberamente scaricabili, come quella del 2017 sul consumo di suolo in Italia.

Per saperne di più: http://www.wwf.it/ .

Capacità dei vari Paesi di rispettare gli impegni sul clima

15 Dicembre 2015 1 commento

     COP21 di Parigi ha concluso i suoi lavori con un documento che ha suscitato molti commenti positivi. L’impegno sottoscritto da più di 190 Stati è andato oltre le aspettative iniziali: limitare il riscaldamento globale dei prossimi decenni a 1,5 °C. Si partiva da documenti con un impegno meno ambizioso: riduzione dell’aumento della temperatura dell’atmosfera e della superficie del pianeta a 2,0 °C.

     Su quest’ultimo dato, un gruppo di organizzazioni scientifiche (Climate Analytics, Potsdam Institute for Climate Impact Research, Ecofys, NewClimate Institut) prima dello svolgimento di COP21 hanno compilato un database sulla capacità dei Paesi di rispettare gli impegni sul clima: CAT (Climate Action Tracker). Alcuni di questi dati sono stati pubblicati anche sul National Geographic, numero speciale di novembre 2015, dedicato ai cambiamenti climatici.

     In base a questi dati, emerge che sono pochissimi i Paesi attualmente in grado di rispettare gli impegni che limitano l’aumento di temperatura sotto i 2 °C: solo Etiopia, Marocco e Costa Rica. Paesi che hanno inciso e incidono molto poco sui cambiamenti climatici in atto. I Paesi le cui attività hanno un forte impatto sul clima globale, sono stati valutati con una capacità insufficiente o altamente insufficiente di contenere il riscaldamento entro quella soglia. Pare che abbiano un’insufficiente capacità di adottare misure efficaci per i loro impegni nei confronti del clima (l’ordine di segnalazione è casuale): Stati Uniti, Messico, Brasile, Perù, Unione Europea, Cina, India, Indonesia. Come si vede si tratta di veri e propri colossi energivori. Ma altri Paesi stanno peggio, la loro capacità di limitare il riscaldamento entro la soglia dei 2 °C è stata valutata altamente insufficiente: Canada, Cile, Sudafrica, Russia, Ucraina, Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda. Per altri Stati non è stato possibile fornire una valutazione o, in qualche caso, non erano neanche intenzionati a sottoscrivere l’impegno. Ora che è stato firmato un documento con impegni più stringenti, i Paesi in questione e gli altri metteranno in atto politiche, risorse e concrete azioni per aumentare la loro capacità di rispettare gli impegni? Naturalmente molti di noi si augurano che gli studiosi delle organizzazioni che hanno contribuito al database CAT siano stati troppo severi nelle loro valutazioni, oppure che si siano sbagliati. In caso contrario le prospettive per il futuro del pianeta, delle attuali giovani generazioni e di quelle future sono scoraggianti.

Nell’immagine: la mappa delle emissioni di CO2 come risulta da en.wikipedia.org .

Lima, Climate Change Conference 2014

     L’annuale Conferenza ONU sui cambiamenti climatici si è aperta a Lima lo scorso 1° dicembre e durerà un’altra settimana, fino al 12 dicembre. Il governo peruviano che ospita l’evento è impegnato nella mediazione fra i vari Paesi del globo per cercare di arrivare a risultati concreti, per andare oltre le solite affermazioni di principio. Considerati i recenti impegni dei due colossi energivori e inquinatori, Stati Uniti e Cina, sulle fonti energetiche alternative a quelle fossili per ridurre le emissioni di gas serra, si potrebbe arrivare a un accordo più vasto nella riduzione delle emissioni inquinanti in atmosfera.

Il continente che ospita la conferenza, il Sudamerica, ha anche la più grande foresta di latifoglie del pianeta, quella amazzonica, anch’essa gravemente compromessa da interessi locali e di grandi multinazionali. Potrebbe essere l’occasione giusta per prendere anche impegni di conservazione di questo grande polmone verde, strettamente correlato all’aumento della concentrazione di biossido di carbonio in atmosfera: una sua ulteriore riduzione causerebbe un’accelerazione del calo dell’organicazione del carbonio da CO2 a  C6H12O6 e a tutti gli altri carboidrati che da esso derivano.

Molti già ritengono che quella di Lima sarà solo una tappa dell’importante conferenza di Parigi del prossimo anno, considerata una scadenza ben più importante dai maggiori Paesi del pianeta. Per sollecitare interventi concreti sui cambiamenti climatici, ci sono state diverse manifestazioni in varie parti del mondo, come quella di New York di alcuni mesi fa che ha visto la partecipazione di 400.000 persone circa.

Ciascun Paese, da quelli più ricchi a quelli in via di sviluppo dovrebbe fare la propria parte rinunciando a qualcosa e indirizzando la programmazione economico-industriale in progetti più ecosostenibili, meno inquinanti a livello locale e globale. La comunità scientifica è quasi unanime: la rotta dei consumi ad ogni costo, senza attenzione all’ambiente e alla salute delle persone attuali e di quelle future non è più sostenibile. Come ha detto qualche settimana fa Papa Francesco, Dio perdona sempre, gli uomini a volte sì altre no, la Terra non perdona mai: quando viene maltrattata ci si rivolta contro e i danni maggiori

saranno per le generazioni più giovani e per quelle che ancora devono nascere.

Per saperne di più: Conferenza di Lima. UNEP: A briefing on the eve of COP 20 in Lima 2014.                   COP20 LIMA – 2014   (Videopresentazioni).

Nell’immagine, una faggeta (Fagus silvatica) con le colorazioni autunnali.

 

 

La Grande Marcia per il clima

22 Settembre 2014 Nessun commento

     Ieri c’è stata una grande mobilitazione internazionale: in circa 3000 città di vari continenti, centinaia di migliaia di persone  hanno manifestato marciando per richiamare l’attenzione del resto dell’opinione pubblica e dei governanti sull’emergenza dei cambiamenti climatici.

 “People’s Climate March” ha raccolto attori e altri personaggi famosi e molto conosciuti oltre a semplici cittadini e ad ambientalisti militanti. In Italia sono stati contati circa 150 eventi. Qui si può aprire una scheda internet per cercare gli eventi realizzati nel nostro Paese. La marcia che ha visto più partecipanti si è tenuta a New York.

     Bisogna pensare seriamente a cambiare il modello di sviluppo dei Paesi più ricchi: produrre sempre di più per consumare sempre più, come se le risorse del Pianeta fossero illimitate, non è più sostenibile. Ormai è chiaro che il costo, carissimo, lo pagheranno i più giovani e le generazioni future, per tempi molto lunghi.

     Domani, al Palazzo di vetro dell’ONU, a New York si svolgerà il Climate Summit con la partecipazione di circa 120 leader mondiali per discutere proprio delle possibili azioni di lotta ai cambiamenti climatici, provocati dall’inquinamento prodotto da un sistema di sviluppo basato solo sul consumo.

     Intanto, mentre si aspetta qualche decisione concreta da parte di chi può governare questi cambiamenti climatici, il contatore posto nella colonna di destra di questo blog mostra un continuo aumento della concentrazione di CO2, ormai arrivata a 397 ppm (parti per milione). Dati dell’osservatorio di Mauna Loa (USA).

Per saperne di più: Italian Climate NetWork.

 

High Summit 2013 su montagne e cambiamenti climatici a Lecco

     La conferenza è iniziata oggi e proseguirà fino a dopodomani 25 ottobre presso il Polo Territoriale del Politecnico di Milano. Gli argomenti affrontati da un gruppo di esperti di fama mondiale sono i cambiamenti climatici, le risorse idriche, gli ecosistemi montani e le loro interazioni.

     Questi temi stanno diventando sempre più pressanti per le gravi conseguenze che hanno sulle popolazioni di varie parti del pianeta. L’evento è promosso anche dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e vuole condurre ad un documento che sensibilizzi opinione pubblica, amministratori e legislatori sulla necessità che la questione “montagne” diventi una priorità nei programmi di sviluppo per fronteggiare cambiamenti climatici e distribuzione delle risorse alimentari.

Tra le manifestazioni connesse alla conferenza, c’è la mostra fotografica “Breathing Himalaya: impariamo a respirare”.

Nell’immagine: vette alpine fotografate dal Passo Salati (2600 m, Vercelli).

Per maggiori informazioni: http://www.highsummit.org/

 

Se persino la Russia brucia …

incendio-RussiaMala tempora currunt. Certo, presi singolarmente, i numerosi casi di variazioni climatiche estreme che si sono verificati negli ultimi decenni, possono rientrare benissimo nelle fluttuazioni periodiche che si sono verificate nella storia della Terra. Però, nel loro insieme, aumento di gas serra nell’atmosfera, aumento della temperatura media dell’aria, scioglimento dei ghiacciai, alluvioni sempre più devastanti e, contemporaneamente, a qualche migliaio di km di distanza, siccità prolungate e incendi, sembrano tanti tasselli di un mosaico climatico determinato soprattutto dall’eccessivo sfruttamento di fonti energetiche fossili in un piccolo arco di tempo e dal disboscamento di vaste aree del pianeta.

In queste settimane di luglio e agosto, gli incendi nella Russia centrale europea sono stati fuori controllo. Le aree interessate dalla devastazione sono estese quanto un’intera regione media italiana. I fumi sprigionati dalle fiamme hanno reso Mosca, la più grande capitale europea con oltre dieci milioni di abitanti, surreale. Nel nostro immaginario i moscoviti sono rappresentati col cappotto e col colbacco e non in pantaloncini, magliette e mascherine, come li abbiamo visti in queste settimane. Le campagne e le foreste è più facile immaginarle coperte di neve anziché di fumi e fiamme. I corrispondenti da Mosca dei giornali e dei TG nazionali hanno riferito che i condizionatori d’aria si trovavano solo al mercato nero a non meno di  duemila euro l’uno. La temperatura dell’aria nella zona della capitale si era stabilizzata intorno ai 40 °C, alcuni aerei non sono riusciti a svolgere il loro servizio e, chi poteva, ha abbandonato la città affrontando lunghe code in auto o prendendo d’assalto treni e autobus. Chi non ha potuto, per proteggersi dal caldo e dal fumo, ha affollato gli ipermercati e molti hanno dormito negli uffici provvisti di condizionatori. Il fumo, dopo essersi ampiamente disperso nella troposfera, ha raggiunto anche la stratosfera e non sono pochi i quotidiani anche italiani usciti in edicola con titoli catastrofici, come “Inferno a Mosca”. La nube di fumo si è estesa per un fronte di circa tremila km . Alle operazioni di spegnimento hanno partecipato anche aerei e mezzi di altri Paesi: l’Italia ha inviato due Canadair in servizio nella zona di Samara, sul Volga, circa 700 km a sud est di Mosca. I Canadair hanno preso acqua direttamente dal fiume che, per la sua vastità ha consentito il rifornimento in assoluta sicurezza. Il nostro Ministero degli Esteri ha sconsigliato la partenza dei turisti per ben 83 regioni russe colpite dagli incendi.

Secondo i meteorologi russi, quest’ondata di caldo torrido non ha precedenti a queste latitudini, da quando sono stati registrati dati climatici alcuni secoli fa. Se si può fare ben poco per l’inquinamento, la CO2 prodotta, l’enorme quantità di biomassa andata in fumo, le case e le centinaia di villaggi abbandonati e distrutti dalle fiamme insieme agli animali, sono state invece prese misure di carattere commerciale: bloccate le esportazioni russe di grano fino al 31 dicembre 2010, a causa della vastità delle coltivazioni distrutte. Sicuramente gli speculatori sono già all’opera ed è facile prevedere che ci saranno conseguenze ingiustificate, come l’aumento di prezzo di diversi prodotti anche in altri Paesi. Ormai gli incendi sono stati spenti ma c’è voluto oltre un mese di ininterrotto lavoro. Alcuni dati ci aiutano a capire le proporzioni degli incendi: sono state impegnate circa 150.000 persone della protezione civile e tremila soldati con mezzi militari. In molte zone, per limitare i danni si è lavorato 24 ore su 24. Sono bruciate due basi militari e il fuoco ha lambito altrettante centrali per il trattamento delle scorie nucleari rischiando un’ulteriore catastrofe.

Concludiamo ricordando che, in Italia, quando si avvista un incendio o un principio d’incendio bisogna chiamare immediatamente il 1515 del Corpo Forestale dello Stato. Per emergenze ambientali generiche è attivo il 1525. Il 115 invece consente di chiamare il Pronto intervento dei Vigili del Fuoco. Sono necessari impegno e vigilanza da parte di tutti.