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Grande muraglia verde contro la desertificazione

     Prendendo spunto dalla Grande Muraglia cinese, costruita a partire dal 215 a.C. dagli imperatori cinesi come strumento di difesa dalle invasioni dei popoli della steppa asiatica, alcune decine d’anni fa una ventina di Stati africani, sostenuti da FAO, Banca Mondiale, Unione Europea, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo e per l’Ambiente e da diverse organizzazioni africane, hanno proposto un vasto sistema di aree verdi produttive lungo la fascia che va dalla costa atlantica africana al Mar Rosso a Sud del Sahara.

    Come la Grande Muraglia cinese, lunga circa 8.850 km e nel 1987 dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, anche questa muraglia verde il cui tracciato è indicato nell’immagine, dovrebbe estendersi per 8.000 km circa, con una larghezza di circa 10 km. I principali Stati interessati sono: Muritania, Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan, Eritrea, Etiopia, Gibuti.

     Il progetto mira a proteggere le popolazioni di questi e altri Paesi dalla crescente desertificazione, a migliorare le condizioni di vita nelle zone rurali e a preservare i paesaggi produttivi. L’iniziativa, se adeguatamente sostenuta, potrebbe anche costituire un capitolo importante di un più vasto progetto per ridurre il numero di migranti in partenza dall’Africa subsahariana verso l’Europa.

     Un progetto ambientale di tali proporzioni che, se messo in atto, rappresenterebbe anche un tassello delle tante iniziative messe in campo per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici che alcuni si ostinano a negare, contro ogni evidenza scientifica.

     Ma i dubbi sulla riuscita dell’iniziativa Grande Muraglia Verde sono diversi. Innanzitutto i tempi: il progetto stenta a procedere da alcuni anni. Inoltre, mettere a dimora un numero di piante necessarie a coprire oltre undici milioni di ettari di territorio, fare in modo che attecchiscano e si mantengano vive dedicando loro le necessarie cure è un’impresa mai realizzata prima. Senza considerare che il Sahara, il più esteso deserto del Pianeta, è un ecosistema a sé stante che si autoregola, forse per nulla “imbrigliabile” lungo una fascia di almeno 8.000 km.

     Il progetto potrebbe avere maggiori probabilità di successo se si puntasse al rinfoltimento delle specie vegetali autoctone già esistenti a ridotto della zona subsahariana, senza pensare a specie “produttive” e utili alle popolazioni locali in senso classico occidentale. Anche le specie autoctone favorirebbero alcune colture e, soprattutto, l’allevamento anch’esso vitale per le popolazioni di quelle aree. Inoltre avrebbero bisogno di meno acqua, perché il rischio principale è quello della morte delle giovani piante.

     Sono necessari svariati miliardi di dollari di investimenti e, purtroppo, non c’è certezza di piena riuscita dell’impresa. Non bastano i soldi, sono necessarie cure delle popolazioni locali, controllo di tecnici anche di Paesi terzi per evitare i fenomeni di corruzione, terrorismo e malaffare che hanno fatto fallire altre iniziative nei singoli Stati africani.

     Alcuni consigliano di puntare su numerosi progetti nei singoli Stati anziché su un unico grande progetto, più difficile anche da monitorare. Intanto il Sahel con le scarse piogge e le frequenti siccità e con i suoi 135 milioni di abitanti in forte incremento, aspetta e langue, esteso lungo il bordo meridionale del Sahara per oltre 5.000 km. Le sue popolazioni cercano in ogni modo di sopravvivere, anche affrontanto il grande deserto con le sue innumerevoli insidie per arrivare sulle coste del Mediterraneo. Quello che succede dopo sul mare nostrum è cronaca giornaliera da alcuni anni. Crediti immagine:  Forum meteo – Il Meteo.it

Il virus Ebola ritorna e spaventa l’Africa equatoriale

     Ebola è un virus della famiglia delle Filoviridae, individuato nell’ex Zaire, attuale Congo, nel 1976. Un nuovo picco di diffusione di questo mortale virus venne registrato diciannove anni dopo, nel 1995. In questi mesi, dopo altri diciannove anni, si ripresenta soprattutto in Guinea, provocando febbre, gravi problemi intestinali e emorragie interne. Purtroppo ha un tasso di mortalità elevato, dal 60% al 90%, e si diffonde con facilità, tanto che dalla sua scoperta è molto temuto come possibile arma di bioterrorismo.

Non esistono cure contro Ebola e, secondo l’organizzazione Medici Senza Frontiere impegnata anche in Guinea, l’epidemia sta raggiungendo proporzioni mai viste in passato: solo in Guinea ci sarebbero almeno 125 casi di infezione che hanno provocato circa 80 morti. Altri Paesi colpiti sono la Sierra Leone e la Liberia.

Dal 1976 ad oggi sono stati individuati quattro diversi ceppi del virus, tre dei quali molto aggressivi e spesso mortali. Secondo le autorità locali e alcuni epidemiologi, il virus sarebbe stato trasmesso all’uomo da carni infette di gorilla e/o di pipistrello in un contesto sociale e igienico-sanitario estremamente povero. Il contagio da persona a persona avviene anche solo per contatto con i malati o i morti, ecco perché nei servizi televisivi provenienti dall’area colpita dalla malattia si vedono operatori sanitari che indossano protezioni su tutto il corpo.

Il periodo di incubazione della malattie varia da due-tre giorni fino a 20 giorni, perciò è facile prevedere l’aumento del numero di persone colpite.

Alcuni giorni fa per cercare di fronteggiare l’emergenza, in mancanza di farmaci efficaci contro il virus, sono partiti anche diversi ricercatori dello European Mobile Laboratory (http://www.emlab.eu/).

Per approfondire: http://it.wikipedia.org/wiki/Ebolahttp://www.focus.it/scienza/salute/otto-cose-da-sapere-su-ebola_C12.aspx

Credits immagine Ebola_virus: wsslibrarypages.wikispaces.com

Breve video dell’epidemia di Ebola degli scorsi mesi in Uganda:  http://youtu.be/QEssjy4hqbA

 

La culla degli ominidi

12 Luglio 2010 1 commento

regione ominidi-EtiopiaIl luogo dove gli ominidi hanno avuto origine, si sono evoluti e hanno vissuto più a lungo, circa sei milioni di anni, è l’Africa orientale, soprattutto l’Etiopia. Qui, a nord della linea dei grandi laghi Malawi, Tanganika, Vittoria, Kivu, Edoardo, Alberto, Turkana, si sono concentrate le ricerche di fossili di ominidi negli ultimi decenni. Una di queste ricerche, i cui risultati sono stati comunicati nel 2009, ha portato al recupero nella Valle dell’Awash del più antico scheletro fossile di ominide: Ardi, appartenente al genere Ardipithecus ramidus.

La fossilizzazione in ambiente terrestre, dove prevale l’erosione, è un processo rarissimo ma evidentemente in questa regione della Terra si sono verificate le condizioni necessarie per farlo avvenire: la presenza delle strutture scheletriche, la rapida copertura del corpo ad opera dei sedimenti e l’ambiente che ha favorito la sostituzione della materia organica con sostanze minerali e la successiva conservazione. Anche il genere Homo ha avuto origine qui, lungo la grande Rift Valley caratterizzata da vulcani, terremoti e laghi. I sedimenti lacustri sono senza dubbio quelli più favorevoli alla conservazione dei resti di organismi morti ma, il caso di Pompei ce lo insegna, anche i prodotti delle eruzioni vulcaniche, ceneri, pomici, lapilli, sono adatti a questo scopo.

Ardi ha un’età di circa 4,4 milioni di anni ed è lo scheletro di un adulto femmina, come lo è la più famosa Lucy, che però ha circa 3,3 milioni di anni. Nella stessa regione è stato recuperato anche un cranio umano completo: Herto, con un’età compresa tra i 160.000 e i 155.000 anni. Si tratta dei resti del più antico Homo sapiens, molto simile a noi mentre la distanza evolutiva e temporale da Ardi è notevole. Il ritrovamento di Ardi ha permesso ai paleontologi di immaginare l’evoluzione umana in tre stadi: l’ Ardipithecus, parzialmente bipede, adattato a vivere in un ambiente forestale; l’Australopithecus, del tutto bipede, adattato a vivere bene anche fuori dalla foresta; l’ Homo, che al bipedismo aggiunge un cervello grande, denti e mascella ridotti, l’uso di strumenti, la diffusione su un areale sempre più vasto e in ambienti diversi.

Tutte le parti ossee recuperate di Ardi consentono ai paleontologi di pensare ad un primate molto primitivo che, secondo alcuni, farebbe parte della stessa linea evolutiva che ha portato all’ Australopithecus. Secondo altri, questo è molto improbabile ed è un azzardo affermarlo data l’esiguità dei resti fossili e l’arco temporale enorme di oltre 4 milioni di anni.

L’affascinante ricerca delle origini umane continua e purtroppo non avrà mai certezze assolute.