I discendenti dei dinosauri ci fanno compagnia

      Stanno per iniziare gli ultimi tre giorni di gennaio, quelli che la tradizione popolare definisce “i giorni della merla” perché considerati (non so se a torto o a ragione) i più freddi dell’anno. Sarebbe interessante fare un’indagine statistica sulle temperature dell’ultimo secolo  per verificare se effettivamente sono, in genere, quelli più freddi. Questo periodo e la notizia riportata dal TG3 “Leonardo” sul ritrovamento in Australia di una grande area di cova dei dinosauri, con uova fossili e scheletri di piccoli, mi inducono a scrivere queste righe.

      Tante specie di uccelli non solo ci fanno compagnia, nei parchi o in casa, ma seconda dei casi e dell’ambiente, li cacciamo per sport, li combattiamo per difendere il seminato o la frutta, oppure li proteggiamo nei parchi e nelle riserve. Cosa c’entrano con i dinosauri? L’estinzione della stragrande maggioranza dei dinosauri, soprattutto di grandi dimensioni, circa 65 milioni di anni fa non deve trarre in inganno: alcuni discendenti di questo gruppo di rettili ci sono anche oggi, anche nelle nostre case. Ma partiamo dai  grandi dinosauri, dall’inizio o, meglio, dalla loro fine. Perché si estinsero? Eppure avevano dominato il pianeta per oltre 150 milioni di anni. Gli ominidi hanno solo qualche milione di anni. Bisogna chiarire che la grande estinzione di 65 milioni di anni fa non ha riguardato solo i dinosauri ma numerose forme di vita, un esempio per tutte: le ammoniti, famose conchiglie fossili. Dalle ricerche paleontologiche e geologiche appare chiaro che in quel periodo ci sono stati una serie di eventi catastrofici: sicuramente un vulcanismo molto accentuato durato migliaia di anni e, come molti sanno, un gigantesco impatto meteoritico. Probabilmente ci sono stati altri fatti che non siamo in grado di definire. Ma quali sono le prove dei due principali eventi? Per il primo, strati di basalto di estensioni enormi che si sono formati in quel periodo. Un esempio è rappresentato dalla regione del Deccan in India, un plateau di lava di milioni di chilometri quadrati che ricopre un terzo della penisola indiana. La prova della collisione del meteorite invece è stata più difficile da individuare. Avrebbe dovuto esserci un cratere gigantesco da qualche parte della superficie terrestre. È stato cercato a lungo e infine è stato trovato in Messico, a Chicxulub nella penisola dello Yutacan. Il cratere è sotto la superficie marina, ricoperto da depositi di sedimenti corallini. La data coincide proprio con 64,9 milioni di anni fa. Certamente sono state proiettate in atmosfera quantità enormi di polveri ed aerosol che si sono diffuse su tutto il globo e vi sono rimaste per secoli. Ma la cosa non è finita lì, come è successo in scala molto più modesta con il recente terremoto di Fukushima in Giappone, deve esserci stato un terremoto e soprattutto maremoto devastante, con onde alte centinaia di metri. Quali sono stati gli effetti? Probabilmente l’oscurità o semioscurità è durata migliaia di anni o almeno per alcuni secoli, con gravi conseguenze sulla vegetazione e di conseguenza sui grandi dinosauri erbivori e, a catena, sui carnivori. Quindi un’estinzione di massa delle specie viventi. Altre sono sopravvissute, tra queste alcune piante, i piccoli mammiferi e alcuni gruppi di piccoli dinosauri. Quali? Quelli che evolvendosi sono arrivati fino a noi. Gli scheletri dei Celosauri hanno evidenziato la presenza di alcune strutture ossee simili a quelle presenti negli uccelli. Anche il famoso velociraptor, dinosauro carnivoro protagonista del film Jurassic Park, deriva dai Celosauri. Anche se per molti può sembrare strano, i fossili ritrovati lo dimostrano inequivocabilmente: gli uccelli in origine erano dinosauri.

         Il primo e più completo uccello fossile ritrovato è stato il famoso Archaeopteryx, vissuto alla fine del periodo Giurassico, circa 150 milioni di anni fa. I primi fossili sono stati ritrovati agli inizi del 1800 nelle cave calcaree della Germania meridionale, altri in varie parti del pianeta. Questo uccello aveva le dimensioni di un corvo, molte caratteristiche dei dinosauri, coda lunga, denti aguzzi, artigli sulle ali, ma anche una novità evolutiva: era ricoperto da piume. Per arrivare ad uccelli molto più simili a quelli attuali passarono almeno altri 20 milioni di anni. Sicuramente, i ritrovamenti fossili lo dimostrano, 125 milioni di anni fa gli uccelli avevano sviluppato eccellenti capacità di volo e si adattarono alla vita nei diversi ambienti: sull’acqua e nei vari ecosistemi terrestri (boschi, deserti, steppe). Molte persone, perciò, oggi non sanno di avere in casa i discendenti dei dinosauri: canarini, pappagalli, cocorite, merli, ….

     Anche l’istinto della cova delle uova e, probabilmente quello delle cure parentali, gli uccelli lo hanno ereditato dagli antenati dinosauri. Per tutti, ma soprattutto per i più scettici, riporto un breve brano di due autorevoli paleontologi: Luis M. Chiappe, direttore del dipartimento di Paleontologia dei vertebrati presso il Natural History Museum di Los Angeles e Lowel Dingus, ricercatore associato presso il dipartimento di Paleontologia dell’American Museum of Natural History di New York. Entrambi scopritori e studiosi del più ricco sito di uova fossili di dinosauri scoperto finora, quello di Auca Mahuevo, in Patagonia.

Insieme a un’altra squadra di paleontologi dell’American Museum of Natural History, durante la spedizione nel deserto del Gobi in Mongolia, avevamo ritrovato il primo scheletro fossile di un dinosauro, l’Oviraptor dal becco a pappagallo, seduto sul nido. Un fatto curioso è che nel 1923 era stato ritrovato il primo scheletro di Oviraptor sopra una covata, ma l’anno successivo, quando fu descritto il ritrovamento, questa posizione fu considerata una prova delle attività predatorie dell’Oviraptor. Il paleontologo Henry Fairfield Osborn ritenne che l’Oviraptor fosse morto mentre predava le uova di un Protoceratops erbivoro, un primitivo dinosauro munito di corna comune nei ritrovamenti del Gobi. L’ipotesi di Osborn portò alla stgmatizzazione dell’animale: Oviraptor significa infatti <<che afferra le uova>>. Ma le uova rinvenute sotto a quel primo scheletro di Oviraptor non contenevano embrioni, e la loro identità rimase un mistero fino a 70 anni dopo, quando la nostra equipe scoprì uova dalla forma e dall’aspetto identici che all’interno contenevano un embrione di Oviraptor. Questa prova fondamentale dimostrò che l’animale a cui apparteneva lo scheletro ritrovato nel 1923 e quelli scoperti alcuni decenni più tardi in realtà stavano covando le proprie uova. Successivi ritrovamenti nel Gobi di altri scheletri nella stessa identica posizione, fatti dalla squadra del museo americano e da altre spedizioni paleontologiche, fornirono prove inconfutabili del fatto che alcuni dinosauri, compreso l’Oviraptor, accudissero  i propri piccoli e anche testimonianze provenienti da altri terreni di cova nel Montana lo confermarono. Perfino il dinosauro carnivoro Troodon, uno dei parenti più stretti degli uccelli, è stato rinvenuto in posizione di cova.” [Tratto da: “Uova di giganti – Storia di una straordinaria scoperta nella terra dei dinosauri” L. M. Chiappe, L. Dingus, 2001; oscar Mondadori 2002, pagg 1-223, serie: I libri di Quark].

L’immagine sulle strutture anatomiche dell’ Archaeopteryx  è tratta da: www.abc.net.au/science/slab/dinobird/story.htm

La foto sulle uova di dinosauri è tratta da: http://imageshack.us/photo/my-images/264/arunsonakiaxn1.jpg/

Un video in inglese sui fossili di Archaeopteryx  

Per i giorni della merla:

http://it.wikipedia.org/wiki/Giorni_della_merla

 

2380 tonnellate di paura

20 Gennaio 2012 4 commenti

     Sì, perché in queste e nelle prossime settimane, forse per mesi, la paura in campo ambientale si misura e si misurerà in tonnellate. Paura per tutti, non solo per l’arcipelago toscano e per tutta la costa di quella Regione amatissima dagli stranieri e dagli italiani. Se non si dovesse riuscire ad aspirare il carburante dalla “Concordia” agonizzante, sarebbe l’ennesimo disastro ecologico, quello di maggiori proporzioni per le coste italiane. Avrebbe implicazioni  notevoli anche sul piano turistico ed economico,  oltre che ambientali sull’ecosistema marino e costiero. Perché la Toscana è molto apprezzata all’estero, per il paesaggio, il clima, le coste, la cultura, le isole, la gastronomia.

     Ma non fasciamoci la testa prima del tempo. Gli specialisti olandesi, della stessa società (la Smit Salvage) che alcuni anni fa recuperò il sottomarino russo Kursk con il suo dramma e che ha bonificato la petroliera Haven che giace tuttora sul fondo del Tirreno, potrebbero riuscire a rimuovere quell’enorme quantità di gasolio stipato, si dice, in 17-20 cisterne. Almeno è quello che tutti sperano, ma il successo dipende dalla stabilità della motonave. Se dovesse disincagliarsi, ad esempio per le brutte condizioni del mare, potrebbe scivolare verso il fondo, a 80-100 metri di profondità e tutto diventerebbe molto più difficile, con la quasi certa perdita di una parte del carburante. Secondo i tecnici, prima di poterlo pompare da ciascuna cisterna, il carburante deve essere reso più fluido, perciò riscaldato. Un’altra operazione complessa. Oltre il 92% del combustibile (2200 tonnellate) infatti è più denso del gasolio (è di tipo Ifo 380 Cts, con una consistenza che a basse temperature si avvicina a quella del catrame) mentre la restante parte è Mto, più fluido. Il destino della nave invece è legato alla sua permanenza in questa posizione, in superficie, o al suo eventuale inabissamento. In quest’ultimo caso, molto probabilmente verrebbe abbandonata sul fondo e diventerebbe uno dei più grandi relitti subacquei del Mediterraneo. Il Consiglio dei Ministri di oggi ha sicuramente analizzato la situazione ambientale dell’area dell’isola del Giglio, esposta dal ministro dell’ambiente Corrado Clini, e avrà almeno dichiarato lo stato d’emergenza per tutta la zona. Sapremo se sono stati presi ulteriori provvedimenti.

       Il recupero dei dispersi, delle salme e del carburante, sarà un braccio di ferro tra l’uomo, le sue tecnologie e il mare. Ma se le condizioni meteorologiche non ci aiutano e la nave dovesse immergersi, non ci sarà competizione.

L’immagine è tratta da: http://notizie.liquida.it/2012/01/17/17861719/costa-concordia-vigili-del-fuoco-guardia-costiera/

 

Una resistenza pericolosa

     Non mi riferisco alla resistenza elettrica, cioè alla resistenza che oppongono alcuni materiali al passaggio degli elettroni, espressa anche dalle leggi di Ohm. Neanche alla resistenza al nazifascismo di un certo periodo storico che, ultimamente, ha visto scomparire uno a uno i suoi rappresentanti, tra i quali il giornalista piemontese Giorgio Bocca, mancato poche settimane fa. Ma siamo in un periodo in cui l’influenza e le altre malattie da raffreddamento raggiungeranno “il picco” annuale e il mio riferimento è alla resistenza ai farmaci da parte di molti microrganismi, soprattutto protozoi, virus e batteri. Questa resistenza consiste nella riduzione più o meno marcata dell’efficacia dei farmaci contro gli organismi patogeni. Come può instaurarsi una resistenza a un farmaco? In diversi modi. Ad esempio somministrando il farmaco in una quantità inadeguata a debellarlo dall’organismo colpito. Oppure con l’utilizzo di antibiotici, a scopo preventivo, negli allevamenti intensivi degli animali da carne o da latte. La conseguenza può essere un’alterazione genetica del DNA (o RNA) del microrganismo venuto a contatto con l’antibiotico che lo rende resistente a quel tipo di farmaco.

     Le cronache degli ultimi anni riportano sempre più spesso allarmi sul pericolo della farmaco-resistenza in alcune malattie. La malaria e la tubercolosi, ad esempio, potevano essere curate abbastanza facilmente fino ad alcuni anni fa. Oggi richiedono cure più prolungate con un aumento dei costi e un aumento della mortalità delle persone colpite. Allarmi sulla resistenza ai farmaci sono stati lanciati anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che invita gli Stati, le industrie farmaceutiche e gli operatori sanitari ad un uso razionale dei farmaci e ad una migliore prevenzione e controllo delle infezioni. Dubito invece che si riuscirà a fare qualcosa in breve tempo contro l’uso degli antibiotici negli allevamenti.

     Anche il batterio Escherichia coli che lo scorso anno ha colpito la Germania, con riflessi economici e commerciali in tutta Europa, è stato scoperto che appartiene al ceppo O104, che non è quasi mai resistente agli antibiotici. Come ha acquisito questa resistenza? Secondo alcuni studiosi per poter raggiungere la resistenza a molte classi e combinazioni di antibiotici, deve essere stato manipolato in laboratorio. Dove? Come è arrivato nella catena alimentare umana? È avvenuto casualmente? Probabilmente a queste domande non seguiranno mai risposte soddisfacenti.

     Sulla resistenza ai farmaci antimicrobici, riporto un Comunicato stampa dello scorso 17 novembre 2011 della Commissione Europea.

Resistenza ai farmaci antimicrobici: un piano d’azione della Commissione in 12 punti per i prossimi cinque anni 

     Bruxelles, 17 novembre 2011 – L’Unione europea è confrontata a un problema sanitario di crescente gravità: ogni anno sono circa 25.000 i decessi causati da infezioni provocate da batteri resistenti ai farmaci, con un costo, in spese sanitarie e perdite di produttività, che si stima superiore a un miliardo e mezzo di euro 1 . Oggi, alla vigilia della Giornata europea degli antibiotici, la Commissione europea ha presentato un ampio piano di lotta contro la resistenza agli antimicrobici, che si articola in 12 azioni concrete che saranno realizzate in stretta cooperazione con gli Stati membri.

     John Dalli, commissario europeo per la salute e la politica dei consumatori, ha dichiarato : “Dobbiamo agire rapidamente e con decisione se vogliamo che i farmaci antimicrobici restino un trattamento efficace contro le infezioni batteriche nell’uomo e negli animali. Le dodici azioni concrete per i prossimi cinque anni che oggi presentiamo potranno contribuire a limitare la propagazione della resistenza agli antimicrobici e alla messa a punto di nuovi trattamenti antimicrobici. Perché questo programma possa essere realizzato con successo l’Unione europea, gli Stati membri, gli operatori della sanità, l’industria farmaceutica, gli allevatori e molti altri dovranno unire i loro sforzi”.

     Máire Geoghegan Quinn, commissaria europea responsabile per la ricerca e l’innovazione, ha aggiunto: “È indispensabile sviluppare una nuova generazione di antibiotici in grado di debellare i batteri e altri agenti patogeni resistenti ai farmaci. Investire nella ricerca e nell’innovazione significa assicurare ai pazienti le migliori cure possibili. La Commissione coopera con l’industria e con gli Stati membri per fare di questi investimenti una priorità. Manterrà questo impegno anche nel quadro del futuro programma “Orizzonte 2020″ di finanziamento della ricerca e dell’innovazione “.

Una resistenza in aumento

    I dati pubblicati oggi dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) indicano che in Europa la resistenza agli antibiotici “di ultima linea” è in aumento. Ad esempio, la resistenza agli agenti patogeni che sono spesso all’origine di polmoniti e di infezioni delle vie urinarie in ambiente ospedaliero si va accentuando in tutta l’UE ed è ormai una realtà accertata in diversi paesi.

Le grandi linee dell’azione della Commissione

Il piano d’azione interessa sette settori nei quali è urgente intervenire:

  • l’uso appropriato degli antimicrobici (nell’uomo e negli animali)
  • la prevenzione delle infezioni microbiche e della loro propagazione
  • lo sviluppo di nuovi antimicrobici efficaci o di trattamenti alternativi
  • la cooperazione internazionale per arginare i rischi di aumento della resistenza agli antimicrobici
  • il miglioramento del monitoraggio in medicina umana e animale
  • la ricerca e l’innovazione
  • la comunicazione, l’educazione e la formazione

Le 12 azioni concrete proposte sono:

  • sensibilizzare all’uso appropriato degli anti microbici
  • migliorare la legislazione europea nel campo dei medicinali veterinari e dei mangimi medicati
  • formulare raccomandazioni per un uso prudente degli antimicrobici in medicina veterinaria e predisporre rapporti di follow-up
  • rafforzare le misure di prevenzione e controllo delle infezioni nosocomiali
  • introdurre nella nuova legislazione veterinaria dell’UE strumenti per rafforzare la prevenzione e il controllo delle infezioni negli animali
  • promuovere nuove forme di collaborazione che consentano di mettere a disposizione dei pazienti nuovi farmaci antimicrobici
  • condurre un’analisi dei fabbisogni di nuovi antibiotici in medicina veterinaria
  • sviluppare e/o rafforzare gli impegni multilaterali e bilaterali per la prevenzione e il controllo della resistenza agli antimicrobici
  • rafforzare i sistemi di sorveglianza della resistenza agli antimicrobici e del loro consumo in medicina umana
  • rafforzare i sistemi di sorveglianza della resistenza agli antimicrobici e del loro consumo in medicina veterinaria
  • rafforzare e coordinare le attività di ricerca
  • informare meglio il pubblico sulla questione della resistenza agli antimicrobici.

Contesto

Gli antimicrobici comprendono gli antibiotici, medicinali essenziali per l’uomo e per gli animali, e possono essere utilizzati anche come disinfettanti, antisettici e prodotti per l’igiene. Hanno permesso di ridurre sensibilmente la pericolosità delle malattie infettive. Gli antibiotici sono uno strumento indispensabile in medicina e sono largamente impiegati nei trapianti e nelle chemioterapie.

I batteri sono però diventati negli anni sempre più resistenti agli antibiotici. Questa resistenza si è manifestata nelle infezioni nosocomiali, nelle infezioni delle vie respiratorie, nelle meningiti, nelle malattie diarroiche e nelle infezioni trasmesse per via sessuale. I batteri resistenti possono essere trasmessi dagli animali all’uomo attraverso la catena alimentare o per contatto diretto.

Fin dagli anni 90, quando la resistenza agli antimicrobici è apparsa come una seria minaccia per la sanità pubblica, la Commissione ha preso varie iniziative nei settori della medicina umana e veterinaria, dell’alimentazione umana e animale e della ricerca scientifica. Il piano d’azione annunciato viene quindi ad aggiungersi a tutta una serie di misure già adottate dalla Commissione per far fronte a questo fenomeno.

L’immagine sull’allevamento intensivo di polli è tratta da: http://www.ivu.org/italian/articles/exhibition/social.html

 

Cos’è la bioetica?

Non è mia intenzione entrare in un “campo minato” qual è quello della bioetica, soprattutto in Italia per le sue implicazioni religiose, sulle quali non sono affatto preparato. Voglio soltanto segnalare qualche definizione di bioetica a scopo didattico e la Dichiarazione Universale sulla bioetica e i diritti umani, approvata dalla Conferenza Generale dell’Unesco del 2005, con alcuni riferimenti anche alla protezione dell’ambiente, della biosfera, della biodiversità e all’educazione.

     Il termine bioetica indica l’etica applicata alla scienza, incentrata sui grandi interrogativi che riguardano la vita umana, il progresso scientifico e tecnologico. Perciò coinvolge in modo diretto la ricerca scientifica volta, generalmente, alla cura delle malattie e a migliorare la qualità della vita umana.

Una prima definizione venne data da Van Rensselear Potter (1911-2001) nel 1970: “La bioetica è lo studio sistematico della condotta umana nell’ambito delle scienze della vita e della cura della salute, quando tale condotta è esaminata sulla base di valori e principi morali”.

Un’altra si ricava dall’ Oxford English Dictionary, 1989:
“La bioetica è la disciplina che si occupa delle questioni etiche che sorgono come risultato dei progressi in medicina e biologia”.

Una definizione più vicina a noi, nello spazio e nel tempo,  è del Prof. Adriano Vitelli (Primario emerito di Medicina all’Ospedale Molinette di Torino, socio fondatore della Consulta di Bioetica di Milano, Coordinatore della Consulta laica di Bioetica di Torino, già Vicepresidente della Consulta Nazionale), “Bioetica significa specificamente etica riferita alla tutela e al rispetto della vita e al comportamento che ognuno deve tenere a questi fini.
La bioetica comunque nasce in particolare con gli impetuosi progressi della biologia, della tecnologia e della medicina clinica e, in questo quadro, nel rispetto delle scelte che può e voglia fare il malato. 
L’avanzamento degli ultimi decenni in campo di biologia, di tecnologia e di medicina ha reso molto più complesso il problema del rapporto tra malato, medico e strutture sanitarie e prospettive di cura, con la possibilità che vengano proposte terapie e interventi diagnostici che possono infastidire il malato e non dare successi o vantaggi”.

Ciascuno può rendersi conto dell’importanza e della delicatezza dei temi affrontati dalla bioetica: la salvaguardia dell’individuo, la cura delle malattie, il problema dell’eutanasia, quello della ricerca sulle cellule staminali anche embrionali, la procreazione assistita, la fecondazione artificiale, il trapianto di organi, l’ingegneria genetica, la dignità umana, …

In alto o a destra nella colonna si può selezionare la scheda contenente il testo dei principi generali e delle linee guida su bioetica e diritti umani, approvati dall’Unesco. Qui riporto soltanto qualche articolo che ha riferimenti specifici alle scienze, all’educazione e all’istruzione.

Articolo 2. Finalità

Gli scopi di questa Dichiarazione sono:

a) fornire un quadro universale di principi e di procedure atti a guidare gli Stati nella formulazione della loro legislazione e delle loro politiche nel campo della bioetica;

b) orientare le azioni di individui, gruppi, istituzioni e aziende,  pubbliche e private;

c) promuovere il rispetto per la dignità umana e proteggere i diritti umani, assicurando il rispetto per la vita degli esseri umani, nonché le libertà fondamentali, in conformità con il diritto internazionale dei diritti umani;

d) riconoscere l’importanza della libertà della ricerca scientifica e i benefici derivanti dagli sviluppi scientifici e tecnologici, sottolineando allo stesso tempo la necessità che tali sviluppi avvengano nel quadro dei principi etici contenuti in questa  Dichiarazione, che rispettino la dignità umana, i diritti umani e  le libertà fondamentali;

e) alimentare un dialogo multidisciplinare e pluralista sulle questioni bioetiche tutti i soggetti portatori di interessi in materia, nonché nella società nel suo insieme

f) promuovere un accesso equo agli sviluppi della medicina, della scienza e della tecnologia, così come lo scambio maggiore possibile e la rapida diffusione delle conoscenze riguardo a tali sviluppi, e la condivisione dei benefici che ne derivano, con particolare attenzione ai bisogni dei paesi in via di sviluppo;

g) salvaguardare e promuovere gli interessi delle presenti e delle future generazioni;

h) dare rilievo alla biodiversità e alla sua conservazione quale comune responsabilità dell’umanità.

Articolo 4. Benefici e pregiudizio

Nell’applicazione e nell’avanzamento della conoscenza scientifica, la pratica medica e le tecnologie ad essa associate, i benefici diretti e indiretti a vantaggio dei pazienti, dei partecipanti alla ricerca e delle altre persone coinvolte dovrebbero essere estesi al massimo e dovrebbe invece essere ridotto al minimo qualunque danno a carico di tali individui.

Articolo 16. Protezione delle future generazioni

Deve essere data la giusta attenzione all’impatto delle sciente della vita sulle future generazioni, compresa la loro costituzione genetica.

Articolo 17. Protezione dell’ambiente, della biosfera e della biodiversità

Deve essere prestata la dovuta considerazione all’interconnessione tra esseri umani e altre forme di vita, all’importanza dell’accesso appropriato all’utilizzo delle risorse biologiche e genetiche, al rispetto per le conoscenze tradizionali  e per il ruolo degli esseri umani nella protezione dell’ambiente, della biosfera e della biodiversità.

Articolo 20. Valutazione e gestione del rischio

Deve essere promossa la valutazione del rischio e la gestione del rischio in campo medico, delle scienze della vita e nelle tecnologie associate.

Articolo 23. Educazione, formazione e informazione in materia di bioetica

1. Al fine di promuovere i principi stabiliti da questa Dichiarazione e di raggiungere una migliore comprensione delle implicazioni etiche dello sviluppo scientifico e tecnologico, in particolare a vantaggio dei giovani, gli Stati dovrebbero impegnarsi ad alimentare l’educazione in materia di bioetica e la formazione ad ogni livello, nonché ad incoraggiare programmi di informazione e di diffusione delle conoscenze in materia di bioetica.

2. Gli Stati dovrebbero incoraggiare la partecipazione in tale sforzo di organizzazioni intergovernative internazionali e regionali, delle organizzazioni non-governative regionali e nazionali.

Nell’immagine: cellule staminali al microscopio elettronico. Da:  bioethics.virginia.edu/

Qualche storica indicazione bibliografica: V. R. POTTER, Bioetica. Ponte verso il futuro ( 1971 ), Messina, 2000. Qualche sito specifico:

http://www.bioetica.it/

http://www.portaledibioetica.it/

http://www.istitutobioetica.org/

 

Il Föhn in Piemonte

      Cos’è? Nell’Italia settentrionale è ben conosciuto. Si tratta di un vento caldo e asciutto che scende dalle catene montuose. L’aria con scarsa umidità, persa sul versante francese o svizzero, scendendo sul versante italiano si comprime e, per effetto di questa compressione, si riscalda arrivando a valle con una temperatura superiore rispetto a quella di partenza. È successo sulla pianura piemontese il 5 gennaio scorso e nella notte dell’Epifania. Generalmente in Piemonte il Föhn proviene da Ovest, sulle pianure lombarde e venete da Nord e nel Friuli Venezia Giulia da Est. A seconda delle zone interessate il Föhn (o Favonio) è stato moderato o forte, soprattutto nella notte. La conseguenza è stata uno svolazzare di carte varie per le strade e sui balconi e un forte aumento della temperatura dell’aria. Nei giorni precedenti la temperatura, di notte in particolare e molto di più nelle campagne, scendeva sotto lo zero. I questi due giorni e nella notte compresa, invece si è sempre mantenuta sopra lo zero. Il grafico in alto, elaborato con i dati ricavati dalla stazione dei giardini reali dell’ARPA Piemonte, sulla temperatura dell’aria a Torino centro,  evidenzia queste differenze: il 5 e il 6 gennaio sia le minime della notte che le massime del primo pomeriggio sono sensibilmente più elevate rispetto ai giorni precedenti. Alla mezzanotte tra il 5 e il 6 la temperatura era di 10 °C, scesi a 5 alle 6 del mattino. A Venaria Reale, su un balcone esposto a Sud, un termometro all’ombra, alle ore 14 del giorno 6, segnava 26 °C. Una situazione impensabile per il 6 gennaio! Naturalmente il vento ha portato sereno e ottima visibilità, tanto che appena dopo il crepuscolo erano ben visibili ad occhio nudo, anche in città, sia Venere verso Ovest che Giove verso Sud. Torino d’inverno lo aspetta come la manna dal cielo, più della pioggia. Perché? Soprattutto perché pulisce l’aria della città e delle cittadine della prima cintura, disperdendo gli inquinanti e lo smog verso le campagne, altrimenti bloccato dalla “collina” torinese. Quali sono questi inquinanti? Soprattutto ossidi di azoto NOx, diossido di zolfo SO2, monossido e diossido di carbonio CO e CO2,  e vari tipi di particelle solide, come i famigerati PM10 (particelle microscopiche, il cui diametro è uguale o inferiore a 10 µm, cioè 10 millesimi di millimetro). Anche a Milano, alle prese con gli stessi problemi di inquinamento, se non più gravi, ha fatto comodo un po’ di  Föhn che, in effetti, è arrivato nella mattinata del 6 gennaio.

      Sulle montagne e nelle zone sciistiche invece non è ben visto, anzi per niente. Può determinare lo scioglimento della neve, soprattutto se ce n’è già poca, e aumenta considerevolmente il rischio valanghe. L’Eco del Chisone (giornale on line della zona di Pinerolo) riportava l’allarme meteo il giorno 5 con queste parole: “A partire da questa mattina le valli del Pinerolese sono interessate da forti venti di föhn, provenienza nord-ovest, che in alta quota (3000 m.) potrebbero aver assunto la forza di ciclone con velocità anche di 200 km/h.  In queste ore sono segnalati disagi nelle valli con forti raffiche, in particolare a partire da 700/1000 metri di quota. In Val Chisone piove di stravento a partire dal Comune di Fenestrelle, mentre a 2000 metri si segnala tormenta e neve. Previsti grandi accumuli di neve portata dal vento. Per questo, viste anche le alte temperature, l’Arpa ha lanciato un allarme anche per il pericolo di slavine, sconsigliando vivamente qualsiasi escursione fuori pista, fino a quando la situazione non sarà rientrata nella normalità. Le forti raffiche di vento dovrebbe interessare anche il fondo valle e la pianura pinerolese a partire dalla tarda serata. Le raffiche potrebbero raggiungere la velocità di 100/150 km all’ora. Si consiglia estrema prudenza negli spostamenti sia in auto, sia a piedi per il pericolo che oggetti, anche pesanti, vengano trascinati dal vento.

      Questo tipo di vento viene definito anche “orografico”, perché le sue caratteristiche di temperatura e spostamento (caratteristiche termodinamiche) sono determinate dalla conformazione delle montagne dove si forma. Il Föhn ha un corrispondente in varie parti del pianeta ad esempio nel Nord America c’è il Chinook, un vento caldo delle Montagne Rocciose.

      L’immagine esplicativa è tratta dal sito tedesco (del resto Föhn è un termine tedesco) http://www.m-forkel.de/klima/foehn.html e mostra chiaramente le differenze di temperatura ed umidità dell’aria che sale su un versante rispetto a quella che scende (Föhn) sul versante opposto. Sul versante in salita, nel nostro caso il versante francese delle Alpi, c’è stata una consistente nuvolosità accompagnata da piogge. Ricordo che l’aria in salita si raffredda di 1 °C ogni 100 m per i primi 1.100 metri circa, poi si raffredda solo di 0,5 °C ogni 100 m. Questa differenza perché la condensazione del vapor acqueo libera una certa quantità di calore che “riscalda” l’aria circostante. Superata la cima delle montagne, le nubi si dissolvono o formano altocumuli lenticolari e, l’aria in discesa (secca), aumenta di temperatura più rapidamente di quanto sia stato il raffreddamento in salita: è il Föhn.

Per saperne di più:

http://www.nimbus.it/nimbusonline/esercitazionefoehn.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Favonio

http://www.meteovalmorea.it/index.php?option=com_content&view=article&id=28&Itemid=43

 

2012: Anno Internazionale dell’energia sostenibile per tutti

    L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riconoscendo l’importanza dell’energia per lo sviluppo sostenibile, ha designato con la risoluzione 65/151 il 2012 Anno Internazionale dell’energia sostenibile per tutti. L’annuncio venne dato lo scorso aprile dal Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon. Poiché si stima un aumento della richiesta di energia del 40% rispetto a quella attuale, per i prossimi anni, l’obiettivo di questa decisione è il miglioramento della qualità della vita della popolazione mondiale.

      L’Anno Internazionale dell’energia sostenibile per tutti costituisce una preziosa opportunità di sensibilizzazione dei cittadini dei vari Paesi sull’importanza di aumentare le opportunità relative ad un accesso all’energia sostenibile, all’efficienza energetica, e alle fonti di energia rinnovabile a livello locale, nazionale, regionale e internazionale. Questo sarà possibile solo con un’attenta riduzione degli sprechi e con la continua ricerca sulle fonti energetiche, rinnovabili e non.

     I servizi energetici hanno grande impatto su produttività, salute, cambiamento climatico, sicurezza degli alimenti e dell’acqua e sui sistemi di comunicazione.

    L’impossibilità di usufruire di un’energia pulita, accessibile ed affidabile rende difficile lo sviluppo umano, sociale ed economico, rappresentando il maggior ostacolo al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio

    Oggi tre miliardi di persone fanno utilizzo di “biomasse tradizionali” e di carbone come principali combustibili e 1,6 miliardi di uomini e donne non hanno ancora accesso all’elettricità. Vedremo quali saranno le iniziative in campo energetico che i vari Paesi, crisi permettendo (o approfittando anche della crisi), metteranno in atto per gli otto obiettivi di sviluppo del millennio. Intanto la Conferenza di Durban sui cambiamenti climatici, collegati al problema energetico, ha avuto modesti risultati. Però è stata tracciata una road map “salvaclima” per il 2020, con un fondo di 100 miliardi di dollari per aiutare i Paesi in via di sviluppo a sostenere le azioni contro il riscaldamento globale. Entro il 2015 verranno fissati gli impegni per contenere le emissioni a partire al massimo dal 2020, e saranno impegni vincolanti.

L’Energia al servizio degli 8 Obiettivi di Sviluppo del Millennio

“Energia per aumentare la produttività agricola”

“Energia affinché sia possible studiare ”

“Energia  per alleviare le fatiche di donne e bambine”

“Energia per salvare la vita ai più piccoli”

“Energia per consentire il progresso nel campo della salute”

“Energia per permettere ai medici di curare”

“Energia per rendere indipendenti le comunità”

“Energia per costruire ponti verso il nostro futuro”

Link al sito (in inglese) dell’Anno Internazionale 2012: www.sustainableenergyforall.org 

      Approfitto dell’occasione per segnalare anche, con piacere, che in Italia opera da qualche anno il MuseoEnergia. Cos’è? Si tratta di un “museo virtuale, aggiornato costantemente da esperti in materia di Energia, che contribuiscono ad implementarlo con testi, pubblicazioni e contributi dal download gratuito e che certificano la propria competenza con curriculum vitae e foto. E’ uno strumento utilissimo, soprattutto per i Docenti, per tenersi informati su quanto ruota intorno al mondo dell’energia”. Ci sono anche segnalazioni di materiali, alcuni da scaricare liberamente. Per saperne di più basta visitarlo selezionando il link o il collegamento che compare nella colonna di destra, invece su questo link si trova una breve descrizione del museo fatta da Maurizio Luigi Cumo, presidente della SIPS, la Società Italiana per il Progresso delle Scienze, fondata nel 1839.

L’immagine-lampadina è tratta da. http://blog.giselebundchen.com.br/en/planeta/energia-sustentavel-para-todos/

 

Sviluppo sostenibile e beni ambientali

     L’attuale crisi economica che coinvolge perlopiù i Paesi ricchi, in particolare alcuni Stati europei, ci insegna che l’attuale modello di sviluppo non funziona. Se una popolazione vive al di sopra delle proprie possibilità, indebitandosi, pensando ad una crescita senza limiti, sbaglia. Non è possibile vivere basandosi su un consumismo senza freni, sullo spreco delle risorse naturali, in particolare quelle alimentari e energetiche.

In base a questo modello, la crescita economica può (e secondo alcuni, colpiti da una mistura di furore e egoismo, deve) avvenire senza alcuna preoccupazione dello sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili, dalle materie prime al petrolio. I danni però verranno sicuramente pagati dalle generazioni future. Per molti questo non è un problema: concepiscono solo il presente, niente passato e ancor meno il futuro. Chi verrà dopo si arrangerà. Eppure questa crisi economica, con un debito dello Stato italiano (cioè di noi tutti) che ha superato i 1.900 miliardi di euro, per lo sperpero di questi ultimi anni e degli ultimi decenni, dovrebbe indurci a pensare anche al futuro dei nostri figli e a quello dei nipoti.

Purtroppo è un modello che si sta diffondendo come un contagio anche nei Paesi in via di sviluppo, Cina, India e Brasile in testa.  Eppure non si può continuare a consumare risorse a questo ritmo: il 20% circa della popolazione mondiale consuma circa l’80% delle risorse, modificando l’ambiente naturale, adattandolo alle proprie esigenze e ai propri bisogni senza pensare ai limiti e ai tempi della natura. I ritmi delle nostre attività economiche sono frenetici. Quelli del nostro Pianeta che portano alla formazione di giacimenti fossili, alla decomposizione dei rifiuti o al modellamento del paesaggio e del clima si misurano in millenni o milioni di anni. L’unica strada sensata possibile è quella della moderazione, nei consumi, negli stili di vita e nello sfruttamento delle risorse, in particolar modo quelle non rinnovabili. Tutto questo si può tradurre in due parole: sviluppo sostenibile. Anche se il concetto di sviluppo sostenibile è stato definito circa 24 anni fa, non ha trovato molti “sostenitori” né tra i governanti né tra la maggioranza dei cittadini dei Paesi ricchi. Secondo la Commissione Bruntdland dell’ONU (1987, Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo, WCED), “Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. Come si vede dal grafico, la popolazione mondiale è in continua crescita.  Certamente molti stanno soddisfacendo i bisogni del presente, ma dov’è l’equità sociale? E soprattutto stiamo compromettendo o no le possibilità di vita e i bisogni delle future generazioni? Molti giovani si stanno rendendo conto sulla loro pelle di questo “scippo”: minori opportunità di lavoro, con minori garanzie e minori tutele, sia per l’oggi che per il domani. Riusciranno quelli della mia generazione a vedere l’inizio di un’inversione di rotta?

Qualche link:

http://it.wikipedia.org/wiki/Rapporto_Brundtland

http://www.are.admin.ch/themen/nachhaltig/00266/00540/00542/index.html?lang=it

http://www.isprambiente.gov.it/site/_files/Agenda21/1987_rapporto_brundtland.pdf

 

Virus modificati

     La notizia è apparsa sui mezzi di informazione due giorni fa. Si tratta di un fatto destinato a suscitare polemiche nei confronti della comunità scientifica: è stato realizzato in laboratorio un virus modificato dell’influenza aviaria che si trasmette facilmente tra gli esseri umani per via aerea. I virus originari dell’aviaria si trasmettono molto facilmente tra gli uccelli ma hanno una certa difficoltà a passare al genere umano. Quando lo hanno fatto, si sono dimostrati letali in una elevata percentuale di casi. La malattia è partita negli ultimi anni del secolo scorso dall’estremo oriente, soprattutto Cina e Hong Kong, dove le autorità sanitarie hanno dovuto prendere drastiche decisioni facendo chiudere interi allevamenti, piccoli e grandi, e procedendo alla distruzione di milioni di polli per bloccare l’epidemia del virus H5N1. Solo a Hong Kong dal 1997 ad oggi sono state colpite dal virus 600 persone e di queste ne sono morte 350, il 58%.

Ritornando al virus modificato recentemente, la mutazione è stata realizzata da due team di ricerca diretti da Ron Fouchier dell’Erasmus Medical Center di Rotterdam e Yoshihiro Kawaoka dell’Università del Wisconsin. Il virus mutato è conservato nei sotterranei del centro medico di Rotterdam. Quando è stato messo al corrente del fatto, il Governo degli Stati Uniti, che pure ha finanziato l’esperimento, è intervenuto con due richieste: 1) Agli Istituti di ricerca coinvolti ha chiesto di non pubblicare i dettagli dell’esperimento in modo da non facilitare la sua replicazione in altri laboratori; 2) Al centro di Rotterdam ha chiesto di assegnare una vigilanza armata ai depositi dove è conservato il virus mutato. L’Agenzia Federale USA sulla sicurezza biologica (National Science advisory board for biosecurity) è intervenuta anche presso le due maggiori riviste scientifiche, Science e Nature, chiedendo di non pubblicare il resoconto delle ricerche o, quantomeno, di non pubblicare alcun dettaglio. La preoccupazione del governo USA è che qualche gruppo terrorista possa venire in possesso del virus mutato o riuscire ad ottenerlo con propri esperimenti. L’allarme probabilmente fondato o forse no, ha innescato già una serie di polemiche nei confronti dei due gruppi di ricerca e del governo stesso che li ha finanziati. Nei siti web dei due Istituti di ricerca si legge che lo scopo  era ed è quello di realizzare un vaccino sicuro contro il virus. Su diversi giornali statunitensi e su molti siti web ci sono commenti preoccupati e indignati sia verso queste ricerche sia per il loro finanziamento. Naturalmente ci sarà chi cercherà di approfittarne per chiedere ulteriori restrizioni nei confronti della ricerca scientifica in generale.

Probabilmente qualcuno altro ci scriverà una sceneggiatura o un libro e se ne trarrà un film che andrà ad aggiungersi agli altri già realizzati sullo stesso tema.

Ieri (22-dic.) l’agenzia ANSA ha diffuso un comunicato di Bruce Alberts, direttore di Science, pubblicato sull’ultimo numero della “sua” rivista: “… [la comunicazione dei risultati] potrebbe essere essenziale per velocizzare lo sviluppo di nuove terapie in grado di combattere questa forma letale di influenza. La redazione, compreso me stesso, ha dedicato moltissimo tempo nel decidere quale fosse il modo migliore di procedere. È un autentico dilemma. La conoscenza è utile e molto importante per tutti coloro che lavorano per tutelare la salute. I ricercatori hanno una necessità legittima di conoscerne i contenuti”.

News ANSA: http://ansa.it/scienza/notizie/rubriche/biotech/2011/12/22/visualizza_new.html_17453181.html

L’immagine del virus H5N1 è ricavata da: www.linkiesta.it/h5n1

Confronto Margherita Hack – Andrea Camilleri

              L’astrofisica divulgatrice scientifica e il grande scrittore in un confronto qualche settimana fa ripreso in TV, con gli studenti nell’aula magna del CNR di Roma, con la complicità di Serena Dandini. Il video di RaiNews24, di diciotto minuti circa, è una sintesi dell’incontro. La Hack, fiorentina, classe 1922, è stata docente di astronomia a Trieste per circa trent’anni ed è membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei e, anche in un incontro a cui partecipai a Torino, presso la Biblioteca Nazionale in occasione delle celebrazioni per i 400 anni del telescopio galileiano nel 2009 (Anno dell’astronomia), si mostrò fieramente laica, antifascista e atea.

Camilleri, siciliano, di tre anni più giovane, autore di numerosi testi di narrativa, è diventato famoso soprattutto per la serie dei romanzi di Montalbano che hanno avuto anche un notevole successo televisivo sulle reti Rai. Il risultato del video è un piacevole confronto fra ultraottantenni con riferimenti alla loro vita, alle scienze e all’astronomia.

Per aprire il collegamento al video.

La pericolosità dei telefoni cellulari

   Circa sei mesi fa, su questo blog c’è già stato un post sulla (presunta?) pericolosità dei cellulari. Periodicamente qualche ricerca solleva il problema e, sistematicamente, diversi settori della società cercano di minimizzare i risultati delle ricerche o  affermano che non ci sono prove evidenti sulla pericolosità dei campi elettromagnetici emessi dai cellulari. Ci avviciniamo al periodo natalizio e sicuramente qualcuno riceverà il suo primo cellulare, qualcun altro deciderà di cambiarlo con un nuovo modello (sic!) e qualcuno starà pensando di comprarlo come regalo. Senza ripetere quanto è stato già scritto nell’altro post, è opportuno ribadire almeno il principio di precauzione nella sua definizione data dall’ONU nel 1992 in occasione della Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo: “Al fine di proteggere l’ambiente, un approccio cautelativo dovrebbe essere ampiamente utilizzato dagli Stati in funzione delle proprie capacità. In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di una piena certezza scientifica non deve costituire un motivo per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale”. Rispetto alla salute umana risulta ancora più incisiva la definizione data da alcuni studiosi nella Dichiarazione di Wingspread del 1998: “Quando un’attività  presenta rischi potenziali per la salute umana o per l’ambiente, è necessario adottare misure precauzionali, anche se la relazione causa-effetto non è scientificamente dimostrata”.

Grazie alla loro indubbia utilità, la diffusione dei cellulari degli ultimi decenni è stata massiccia e solo da un decennio, quasi tutti i ragazzi, sempre più giovani, ne possiedono uno o più e lo usano sistematicamente, spesso senza alcuna moderazione, perciò non è facile dimostrare e convincere le persone dei potenziali danni sulla salute a medio e lungo termine. Buon senso e principio di precauzione suggeriscono, in attesa di ricerche non finanziate dalle aziende produttrici di telefonini né dai gestori della telefonia mobile, una serie di norme comportamentali. Spesso (?) infatti le istituzioni si impegnano a combattere le malattie, le catasfrofi naturali ma quasi mai le loro cause. La storia del fumo di tabacco, quelle dell’amianto, dei raggi X, dei raggi solari, degli ormoni e degli antibiotici utilizzati negli allevamenti e quella delle polveri delle miniere ce lo insegnano. Riguardo alle radiazioni emesse dai telefoni cellulari, quali sono queste precauzioni comportamentali?

1.      Evitare di fornire cellulari ai bambini finché non diventa una necessità inderogabile (emergenze, il loro controllo da parte delle famiglie, se si trovano in località sprovviste di telefono fisso). Infatti secondo diversi studi, tra cui quello dell’Istituto di Ricerca sul cancro dell’Università di Pittsburgh, negli USA, l’encefalo dei bambini è in piena evoluzione e i rischi di danni sono maggiori rispetto agli adulti.

2.      Usarlo solo quando è necessario (l’uso del cellulare non deve costituire un gioco) e con moderazione (telefonate brevi).

3.      Quando è possibile, utilizzare l’auricolare o il vivavoce in modo da evitare di tenerlo attaccato all’orecchio, o tenerlo comunque ad una certa distanza.

4.      Preferire l’uso degli sms alle telefonate

5.      Evitare di tenerli accesi nelle tasche, perché sono strettamente attaccate ad alcune ghiandole del corpo: ovaie e testicoli in primis.

6.      Non dormire con il cellulare (ma neanche con la radiosveglia) acceso e vicino alla testa. Tenere questi strumenti almeno ad un metro di distanza.

7.      Quando amici, compagni o sconosciuti sono impegnati a parlare al cellulare, mantenersi ad una certa distanza. Non solo per la loro privacy, ma per evitare ulteriori nostre esposizioni alle onde elettromagnetiche.

8.      Non telefonare durante i viaggi o comunque quando il campo è debole, perché la potenza del segnale aumenta durante la ricerca dell’antenna quindi aumentano i potenziali rischi.

Purtroppo nelle previsioni più nefaste, come nei decenni passati sono aumentati considerevolmente i casi di tumore ai polmoni a causa del fumo, sono ipotizzabili per il futuro, anche prossimo, un aumento di patologie al cervello a causa delle onde elettromagnetiche dei telefonini. Però è tanto vasto e radicato l’uso dei cellulari (circa 4 miliardi di persone nel mondo) che i loro “effetti collaterali” quasi non si considerano.  Nonostante gli enormi interessi in gioco, sicuramente nei prossimi anni il problema verrà chiarito sempre di più. Ma per i cellulare-dipendenti, come per i dipendenti della nicotina, le prove non saranno mai abbastanza. Purtroppo.

Se poi dovessero risultare del tutto innocui, ma su questo ho molti dubbi, viva i cellulari!

Qualche settimana fa, il Ministero della Salute ha comunicato che avvierà una campagna di informazione per sensibilizzare gli utenti all’uso più appropriato dei telefoni cellulari, visto anche il parere del Consiglio Superiore di Sanità che “consiglia” prudenza. Staremo a vedere.

    Intanto per la guida i cellulari sono sicuramente pericolosi! Il National Trasportation Safety Bord, l’ente statunitense per la sicurezza stradale chiede che sia  fissato, per tutti, il  divieto di telefonare mentre si è alla guida, in generale, a prescindere dall’auricolare e dal vivavoce.

 

La prima immagine in alto è tratta da: tecnologia.bloglive.it/i-cellulari-influiscon…