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Archivio Dicembre 2017

Oumuamua: asteroide extrasolare

     Si tratta di un asteroide molto particolare, non tanto per il nome che gli è stato attribuito composto da sei vocali e due consonanti, ma per la sua forma allungata e stretta (è lungo circa 800 m ed ha un diametro medio di circa 150 m, qualcuno lo ha definito asteroide-sigaro) e per la sua misteriosa origine. Il nome Oumuamua è hawaiano e significa “messaggero”. Gli è stato attribuito perché l’asteroide scoperto il 19 ottobre scorso da un osservatorio delle isole Hawaii, sembra provenire dall’esterno del Sistema solare.

     Molti asteroidi si trovano in una fascia ben precisa tra l’orbita di Marte (l’ultimo dei pianeti rocciosi) e quella del gigante Giove (il primo dei pianeti gassosi). Oumuamua proviene da molto lontano: all’inizio delle osservazioni si pensava provenisse dalla Fascia di Kuiper, oltre l’orbita di Nettuno, dove si originano anche molte comete. Questa regione contiene frammenti di corpi celesti (si stimano circa dieci miliardi di oggetti cosmici di varie dimensioni), composti da roccia e ghiaccio, risalenti a circa 4,5 miliardi di anni fa, al periodo di origine del Sistema solare.

     Ma Oumuamua non ha quantità significative di acqua perché durante la sua orbita di avvicinamento al Sole non ha prodotto alcuna scia o coda, come le comete. Le successive osservazioni con il più potente Very Large Telescope (VLT, VLT trailer) dell’ESO, in Cile, hanno permesso di accertare che è un corpo molto denso, composto da metalli e rocce in grado di riflettere i raggi luminosi in modo molto variabile durante il moto di rotazione intorno al proprio asse di circa sette ore.

     Altri calcoli hanno permesso di accertare che si muove lungo la sua orbita ad una velocità di circa 95.000 km orari, Ma il dato più sorprendente deriva dal calcolo della sua orbita: dovrebbe provenire dall’esterno del Sistema solare, dalla direzione della stella Vega (una delle più luminose dell’emisfero boreale) della costellazione della Lyra. Però non proviene dal sistema planetario di Vega che, oltre mezzo milione di anni fa quando si presume che Oumuamua sia passato da quelle parti, non si trovava in quella posizione della Via Lattea. Il Sistema solare potrebbe essere stato il primo sistema planetario ad intercettarlo e non si sa se riuscirà a sfuggire alla sua forza gravitazionale o se ne rimarrà catturato.

MEDIA INAF-TV ha caricato su youtube l’animazione del percorso di Oumuama. Crediti: Media INAF-TV; VLT; Le Scienze.

Orso polare sofferente di Paul Nicklen

     I biologi e fotografi naturalisti Paul Nicklen e Cristina Mittermaier, tra gli altri lavori, hanno documentato con foto e un video la sofferenza e la forte malnutrizione di un orso polare sull’isola canadese di Baffin. I biologi hanno condiviso un post e il video lo scorso 5 dicembre in occasione del lancio del progetto “Tyde” di Sea Legacy e da allora è stato visualizzato da milioni di persone.

     L’areale dell’orso polare, a causa dei cambiamenti climatici che hanno provocato una progressiva riduzione della calotta glaciale artica, negli ultimi decenni si è ristretto notevolmente. In queste condizioni sono molti gli orsi che muoiono di fame ogni anno.

     Alle sofferenze per la scarsità di cibo di centinaia di milioni di persone nelle aree più povere del pianeta, in Africa, Asia e Sudamerica, bisogna aggiungere anche la sofferenza e la scomparsa di molte specie animali e vegetali, tutto come conseguenza di uno sviluppo umano insostenibile nel tempo e fortemente squilibrato nelle e tra le diverse aree della Terra. Secondo molti studi, le differenze economiche e sociali continuano ad aumentare: pochi ricchi sempre più ricchi e la fascia della povertà che aumenta in quasi tutti i Paesi.

     L’orso polare rappresenta un simbolo di sofferenza e morte che comunque lascerà indifferenti quanti, presidente degli Stati Uniti in testa, continuano a ignorare i cambiamenti climatici o a ritenerli non collegati alle attività umane e all’emissione in atmosfera di miliardi di tonnellate di gas serra-inquinanti ogni anno.

     Il video straziante e commovente si può vedere QUÍ. Naturalmente i biologi-fotografi non potevano intervenire per somministrare cibo (carne di foca) che non possedevano: un orso affamato inoltre è inavvicinabile senza un intervento di sedazione. Il problema riguarda tutti gli abitanti dell’artico e comunque a poco sarebbe servito riuscire a salvarne uno.

Crediti: https://www.lifegate.it/persone/news/orso-polare-fame-paul-nicklen . Crediti immagine: https://www.wwf.it/orso_bianco3/, con il Progetto Orso Polare.

Il Vulcano Agung

  In questi giorni il vulcano Agung nell’isola di Bali in Indonesia ha incominciato ad emettere grandi quantità di ceneri e lapilli, mentre il cratere si è riempito di lava pronta a fuoriuscire. Il rischio di un disastro incombe, perciò le autorità locali hanno evacuato almeno 140 mila persone per un raggio di dieci km intorno al vulcano e chiuso l’aeroporto della provincia di Bali bloccando, decine di migliaia di turisti che erano pronti a lasciare l’isola. Molti hanno abbandonato Bali via mare, altri hanno atteso la riapertura degli aeroporti. L’ultima eruzione di Agung, nel 1963, provocò circa 1600 morti. Le copiose emissioni di cenere e i frequenti tremolii hanno avvisato per tempo autorità e popolazione (cosa che non sempre accade), perciò ci sono tutte le premesse per evitare la catastrofe, nonostante l’isola oggi sia molto più abitata di 54 anni fa.

Le conoscenze attuali non permettono di definire con precisione quando avverrà l’esplosione e l’eruzione vera e propria, che potrebbe immettere nell’atmosfera enormi quantità di ceneri pronte ad oscurare il cielo di tutta l’area, oltre all’emissione di lava.

     Le caratteristiche esplosive di Agung sono dovute al tipo di magma: molto viscoso, con un’elevata percentuale di silice, generato dalla fusione delle rocce oceaniche per attrito in seguito alla subduzione della placca australiana al di sotto di quella pacifica. La lava molto viscosa fa fatica a risalire in superficie, accumulandosi nella camera magmatica e lungo il camino vulcanico, intrappolando sotto pressione un’enorme quantità di gas. Quando la pressione di questi gas supera quella del magma e delle rocce sovrastanti, si ha l’eruzione esplosiva (attività piroclastica), con i gas che lanciano a km di altezza ceneri, lapilli, bombe vulcaniche, brandelli di lava.

La quantità di ceneri potrebbe essere tale da diffondersi, con le correnti, in tutto il sudest asiatico se non addirittura in tutto il pianeta. Intanto il 28 novembre scorso, le ceneri miste all’acqua delle piogge hanno generato fiumi e torrenti di fango, i temibili lahar, che scendevano dalle pendici del vulcano e si sono riversati pericolosamente verso la costa.

L’Agung è uno delle centinaia di vulcani attivi che costituiscono l’Anello di fuoco circum Pacifico, esteso per almeno 40.000 km. Quest’area, dove si concentra la maggioranza dei vulcani del pianeta, comprende le coste occidentali dell’America meridionale, centrale, settentrionale fino all’Alaska, per proseguire poi con le isole Aleutine, le coste orientali dell’Asia: penisola della Kamchatka, isole Curili, Giappone, Filippine e Indonesia appunto. Crediti immagine in alto: World Archive; in basso: News In Flight, sono ben evidenti coste e canaloni ricoperti di vegetazione, generati dalla lava e dai materiali piroclastici delle eruzioni precedenti. Video Askanews. Documentario: Cintura di fuoco del Pacifico, realizzato da due classi del liceo scientifico Vittorio Veneto di Milano nel 2017.