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Archivio Aprile 2017

Earth Day 2017

     Come gli altri anni, fin dal 1970, ritorna la “Giornata della Terra”, la manifestazione ambientale più vasta del pianeta. Un evento di cui si sente un forte bisogno, quest’anno più di altri anni, perché il presidente di uno dei più grandi Paesi della Terra, eletto da alcuni mesi, nega i problemi ambientali e nega un nesso tra i cambiamenti climatici in atto e le attività umane incentrate sul consumo ormai non più sostenibile delle risorse energetiche fossili. Non solo, gli USA si sono tirati indietro anche dallo storico accordo sul clima sottoscritto a Parigi nel 2015.

     Non è banale quindi, dopodomani 22 aprile, partecipare ad uno degli eventi che celebrano la Terra e ne promuovono la salvaguardia. Promossa dalle Nazioni Unite, vede coinvolti 192 Paesi e quasi un miliardo di persone in modo diretto o indiretto.

     Se vale il motto “pensare globale e agire locale” dell’ambientalismo scientifico, ciascuno nel suo piccolo può dare un contributo, con azioni concrete, informazioni, formazione, istruzione ed educazione nei confronti degli altri. Anche attraverso il web.

     Anche questa 47esima edizione della manifestazione può dare un contributo concreto, nonostante le decisioni politiche,  amministrative ed economiche intraprese recentemente in quel grande Paese d’oltreoceano.

     Oltre agli Stati e alle istituzioni nazionali, sono coinvolti migliaia di gruppi ambientalisti seri di tutto il mondo e numerose organizzazioni sindacali dei lavoratori. Per l’Italia le principali manifestazioni programmate sono consultabili sul sito ufficiale all’indirizzo: http://www.earthdayitalia.org. Il sito internazionale: http://www.earthday.org/ .

Per gli eventi principali in Italia: http://www.earthdayitalia.org/Eventi/L-Earth-Day-in-Italia. Crediti immagine: MyCK.ca .

Earth Day 2017 Video Song (West Los Angeles Children’s Choir ).

Grande muraglia verde contro la desertificazione

     Prendendo spunto dalla Grande Muraglia cinese, costruita a partire dal 215 a.C. dagli imperatori cinesi come strumento di difesa dalle invasioni dei popoli della steppa asiatica, alcune decine d’anni fa una ventina di Stati africani, sostenuti da FAO, Banca Mondiale, Unione Europea, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo e per l’Ambiente e da diverse organizzazioni africane, hanno proposto un vasto sistema di aree verdi produttive lungo la fascia che va dalla costa atlantica africana al Mar Rosso a Sud del Sahara.

    Come la Grande Muraglia cinese, lunga circa 8.850 km e nel 1987 dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, anche questa muraglia verde il cui tracciato è indicato nell’immagine, dovrebbe estendersi per 8.000 km circa, con una larghezza di circa 10 km. I principali Stati interessati sono: Muritania, Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan, Eritrea, Etiopia, Gibuti.

     Il progetto mira a proteggere le popolazioni di questi e altri Paesi dalla crescente desertificazione, a migliorare le condizioni di vita nelle zone rurali e a preservare i paesaggi produttivi. L’iniziativa, se adeguatamente sostenuta, potrebbe anche costituire un capitolo importante di un più vasto progetto per ridurre il numero di migranti in partenza dall’Africa subsahariana verso l’Europa.

     Un progetto ambientale di tali proporzioni che, se messo in atto, rappresenterebbe anche un tassello delle tante iniziative messe in campo per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici che alcuni si ostinano a negare, contro ogni evidenza scientifica.

     Ma i dubbi sulla riuscita dell’iniziativa Grande Muraglia Verde sono diversi. Innanzitutto i tempi: il progetto stenta a procedere da alcuni anni. Inoltre, mettere a dimora un numero di piante necessarie a coprire oltre undici milioni di ettari di territorio, fare in modo che attecchiscano e si mantengano vive dedicando loro le necessarie cure è un’impresa mai realizzata prima. Senza considerare che il Sahara, il più esteso deserto del Pianeta, è un ecosistema a sé stante che si autoregola, forse per nulla “imbrigliabile” lungo una fascia di almeno 8.000 km.

     Il progetto potrebbe avere maggiori probabilità di successo se si puntasse al rinfoltimento delle specie vegetali autoctone già esistenti a ridotto della zona subsahariana, senza pensare a specie “produttive” e utili alle popolazioni locali in senso classico occidentale. Anche le specie autoctone favorirebbero alcune colture e, soprattutto, l’allevamento anch’esso vitale per le popolazioni di quelle aree. Inoltre avrebbero bisogno di meno acqua, perché il rischio principale è quello della morte delle giovani piante.

     Sono necessari svariati miliardi di dollari di investimenti e, purtroppo, non c’è certezza di piena riuscita dell’impresa. Non bastano i soldi, sono necessarie cure delle popolazioni locali, controllo di tecnici anche di Paesi terzi per evitare i fenomeni di corruzione, terrorismo e malaffare che hanno fatto fallire altre iniziative nei singoli Stati africani.

     Alcuni consigliano di puntare su numerosi progetti nei singoli Stati anziché su un unico grande progetto, più difficile anche da monitorare. Intanto il Sahel con le scarse piogge e le frequenti siccità e con i suoi 135 milioni di abitanti in forte incremento, aspetta e langue, esteso lungo il bordo meridionale del Sahara per oltre 5.000 km. Le sue popolazioni cercano in ogni modo di sopravvivere, anche affrontanto il grande deserto con le sue innumerevoli insidie per arrivare sulle coste del Mediterraneo. Quello che succede dopo sul mare nostrum è cronaca giornaliera da alcuni anni. Crediti immagine:  Forum meteo – Il Meteo.it

Caccia ai buchi neri: Event Horizon Telescope

     Grazie ad un sistema di undici radiotelescopi della rete “Event Horizon Telescope”, il prossimo 5 aprile inizierà la caccia ai buchi neri, corpi celesti enormi, sfuggenti e invisibili, la cui esistenza è stata ipotizzata cento anni fa, ma da allora non sono stati mai osservati. Gli undici radiotelescopi sono disseminati tra i vari continenti, fino all’Antartide, e saranno puntati verso una stessa regione del cosmo: il centro della Galassia per cercare di ottenere la prima immagine di un rappresentante dei più grandi mostri dell’Universo, il black hole “Sagittarius A”, il buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea.

     I dati raccolti nell’ultimo secolo indicano l’esistenza di almeno due tipologie fondamentali di buchi neri. Alcuni “supermassicci”, enormi, con una massa superiore di milioni o miliardi di volte rispetto a quella del Sole e presenti al centro delle galassie, come quello al centro della Via Lattea. Gli altri invece sono molto più piccoli, numerosi e sparpagliati all’interno delle galassie. In entrambi i casi, questi corpi celesti “neri” hanno un’attrazione gravitazionale talmente forte da trattenere alche le particelle di luce, i fotoni, rendendosi invisibili agli strumenti ottici.

     I buchi neri rappresentano l’ultimo stadio evolutivo di stelle molto massicce che, dopo essere esplose e aver originato una supernova, hanno ancora una massa superiore a due o tre masse solari. Il collasso di questo corpo non si arresta allo stadio di stella di neutroni ma, a causa dell’enorme forza gravitazionale, prosegue fino a diventare buco nero. In alcuni casi il collasso della stella è tanto rapido da saltare lo stadio dell’esplosione e di supernova.

     I buchi neri, come anche le pulsar e le nane bianche, in quanto ultimi stadi dell’evoluzione stellare sono corpi molto vecchi, di piccole dimensioni ed altissime densità.

     L’esistenza dei buchi neri viene dedotta dalle numerose e forti perturbazioni gravitazionali provocate sulle orbite delle stelle e dei gruppi di stelle ad essi più vicine. Queste perturbazioni generano un “effetto vortice” sulla materia e sulle radiazioni circostanti, fino a distanze notevoli, definite per ciascun buco nero “orizzonte degli eventi”, oltre il quale la luce riesce a sfuggire, seppure con frequenza alterata.

     A partire dal 5 aprile, per una decina di giorni, sarà raccolta un’immensa mole di dati che opportunamente elaborata nei pressi di Boston (USA), allo Haystack Observatory di Westford, dovrebbe fornire una prima storica immagine del buco nero supermassiccio che funziona da “perno”, intorno al quale ruota l’intera Via Lattea con i suoi duecento (stimati) miliardi di stelle circa, a 26 mila anni luce dal Sistema solare. L’elaborazione dei dati potrebbe richiedere molti mesi e la prima immagine è prevista per il 2018. Il nostro Sistema di pianeti e il Sole si trovano in una zona periferica della Via Lattea, nel Braccio di Orione, ben lontani dal pericoloso centro. Il sistema di radiotelescopi dovrebbe consentire (almeno questo è l’obiettivo) di osservare la materia che si muove ruotando vorticosamente verso il buco nero, prima che essa sparisca oltre “l’orizzonte degli eventi”, il punto oltre il quale vengono assorbiti anche i fotoni e nulla più è visibile.

Crediti immagine Black Holes: JPL – NASA .

Video documentario (in inglese) della NASA: The Largest Black Hole In History .

Per saperne di più sui buchi neri: Archivio di INAF TV.