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Archivio Dicembre 2016

Il vischio: pianta della fortuna e dell’amore

     Il vischio è una pianta emiparassita, sempreverde ed epifita, abbastanza comune in Europa centrale e occidentale, ma anche in Asia. In questo periodo si usa raccogliere i rami con le bacche bianche, per le decorazioni natalizie. A questa pianta, nei Paesi scandinavi e centro europei, sono associate antiche leggende e tradizioni che la considerano sacra o comunque indicativa di buon augurio. Da queste antiche leggende, in Scandinavia è rimasta l’usanza di salutare il vecchio anno e farsi gli auguri per quello nuovo baciandosi sotto i rami di vischio, simbolo di amore, felicità, tenacia come il succo vischioso delle sue bacche.

     Il nome scientifico è Viscum album, con riferimento al colore biancastro dei suoi frutti, le bacche perlacee e sferiche ricche di polpa “appiccicaticcia”. Vive sui rami di diverse piante: dal pino silvestre alla robinia, dal melo al pero, dall’abete bianco al tiglio e ha l’aspetto di un folto cespuglio sferoidale ben visibile a chi attraversa la Francia o la Germania durante il periodo invernale, quando gli alberi sono spogli e mettono in evidenza queste formazioni globose sempreverdi, ricche di ramificazioni.

     La foto mostra alcuni di questi cespugli di vischio su Robinia pseudacacia, sul versante francese delle Alpi, nella zona di Grenoble. Nell’ingrandimento sono evidenti sia le bacche che le foglie opposte, verdi e carnose.

     La disseminazione avviene ad opera degli uccelli, soprattutto tordi, ghiotti delle bacche che contengono il seme già parzialmente sviluppato (embrione), verde e pronto a svolgere la fotosintesi e attecchire su qualsiasi substrato, una volta liberato dalla sostanza vischiosa che lo avvolgeva ed eliminato dall’apparato digerente del volatile, se dispone di un po’ di umidità. Quando le condizioni sono favorevoli allo sviluppo, l’embrione non cresce verso la luce (fototropismo) come avviene nella maggioranza delle altre piante, ma curva in direzione opposta (fototropismo negativo) inserendosi sul substrato, in genere un altro ramo, ma può attecchire anche sulla roccia o su tronchi di alberi morti.

     Il vischio è considerato emiparassita perché la pianta ospite generalmente non riceve danno da un solo individuo, che non assorbe la linfa dai rami perché è perfettamente in grado di svolgere la fotosintesi, più volte segnalata in questo blog con l’equazione generale e sintetica 6CO2 + 6H2O – - – > C6H12O6 + 6O2, che trasforma l’energia luminosa in energia chimica sfruttabile anche dagli organismi eterotrofi come gli animali. Se i cespugli di vischio sono numerosi allora i danni sono evidenti nel deperimento della pianta e il fenomeno diventa un vero parassitismo, causato dai danni che provocano inserendosi sotto la corteccia e dalla competizione per “catturare” la luce durante i periodi primaverile ed estivo.

     Il contenuto delle bacche, se liberato dall’involucro e messo a contatto con l’acqua, diventa una colla abbastanza tenace, tanto che in alcune regioni europee in passato è stata utilizzata per l’uccellagione. Alcuni rami a cui erano appese gabbie contenenti i “richiami” delle specie cacciate, venivano ricoperti della colla del succo delle bacche di vischio e quando gli altri uccelli, attratti, vi si poggiavano rimanevano “invischiati” e potevano essere catturati.

Per approfondimenti e riferimenti bibliografici europei: Biologia del vischio;

Video: Il vischio (Porcigatone, frazione di Borgo Val di Taro, Parma).

Sull’antica pratica dell’uccellagione, ormai si spera superata, propongo un video-documentario della cineteca di Bologna del lontano 1968.

Il giuramento di Ippocrate

     Il recente episodio di cronaca nera che ha riguardato alcuni dipendenti dell’Ospedale di Saronno, un medico e un’infermiera, ma dalle indagini sembra che altri fossero a conoscenza di ciò che accadeva nel reparto di pronto soccorso durante alcuni turni di lavoro, mi induce a proporre ai lettori la versione moderna del giuramento di Ippocrate (460 – 377 a. C.). Si tratta di un giuramento che viene prestato dai medici-chirurghi e odontoiatri prima di iniziare la professione e si pensa risalga al IV secolo a. C. nell’antica Grecia.

     Un giuramento che, dalle intercettazioni pubblicate, sembra sia stato trasgredito molte volte in più parti, insieme alle leggi. I gravi episodi di cronaca riguardanti la sanità, che ormai si presentano tutti gli anni, stanno creando sconcerto nella popolazione adulta ma anche negli studenti delle scuole secondarie che solitamente non seguono assiduamente giornali, telegiornali e radiogiornali e che mi hanno chiesto di discuterne durante l’ora di Biologia.

     Ho chiarito che per adesso si parla solo di ipotesi di reato e che bisognerà attendere i vari gradi di giudizio (quanti anni?) per sapere in che misura e con quanti pazienti eventualmente è stata trasgredita la legge e, con essa, il giuramento di Ippocrate. Problemi simili, gravi negligenze o decisione consapevole di arrecare danno o morte ad altre persone, si riscontrano anche in altre categorie di lavoratori, perciò non è proprio il caso di colpevolizzare la categoria dei medici o quella degli infermieri. Però il fatto che altre persone fossero a conoscenza dei gravi episodi di malasanità e che hanno taciuto, o che l’indagine interna all’Ospedale attivata su segnalazione di altri dipendenti non ha riscontrato nulla di strano in questi decessi e nei farmaci somministrati, crea sconforto e sfiducia. Dobbiamo però essere anche fiduciosi: alcuni di quelli che hanno notato o avuto sospetti hanno segnalato gli episodi!

La versione moderna del Giuramento di Ippocrate è la seguente:

Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro:

- di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento;

- di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;

- di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente;

- di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze;

- di prestare la mia opera con diligenza, perizia e prudenza secondo scienza e coscienza e osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione;

- di affidare la mia reputazione esclusivamente alla mia capacità professionale e alle mie doti morali;

- di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della categoria;

- di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni;

- di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica;

- di prestare assistenza d’urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’Autorità competente;

- di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico, tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto;

- di astenermi dall’ accanimento diagnostico e terapeutico;

- di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato.”

Crediti immagine: Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della provincia di Catania .

Video-dibattito su Ippocrate di RAI-Scuola, col mitico Luciano Onder.

 

Dialogo della Natura e di un islandese

     Riferimenti alla natura si trovano in molte delle opere di Giacomo Leopardi (1798-1837). Soprattutto nei “Canti” (L’infinito. Il passero solitario. Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Alla Luna, … ) e nelle “Operette morali” imperniate sulla vita e sulla morte, come nella “Storia del genere umano”, nel “Dialogo della natura e di un islandese”, nel “Dialogo di un fisico e di un metafisico” o nel “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”, nel “dialogo della Terra e della Luna” ecc.

     Sia i “Canti” che le “Operette morali” furono pubblicati nelle versioni definitive nel 1835 a Napoli. Il “Dialogo della Natura e di un islandese” venne composto a Recanati nel 1824 e pubblicato la prima volta nel 1827. Per diritti d’autore, propongo solo l’inizio dell’opera. Il lettore potrà continuare la lettura sul sito del Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati: http://www.leopardi.it/ .  Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l’interiore dell’Affrica, e passando sotto la linea equinoziale in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare quelle nuove acque. Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell’isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all’ultimo gli disse.
Natura. Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?
Islandese. Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.”
  [Continua: http://www.leopardi.it/operette_morali12.php ]. 
Crediti immagine Capo di Buona Speranza: Safari Africa .