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Archivio Febbraio 2013

La crisi delle università italiane

     Negli ultimi nove anni il numero di immatricolati nelle università italiane è diminuito costantemente. Dall’anno accademico 2003-2004 in cui gli immatricolati furono circa 340.000, al 2011-2012 in cui sono stati circa 280.000, il calo è stato di circa 60.000 giovani che hanno scelto o sono stati costretti dalla crisi e dalla sfiducia a rinunciare agli studi universitari.

     Quali sono stati i motivi principali di quest’abbandono? Se ne possono citare molti. Innanzitutto il progressivo aumento del ”numero chiuso” che ormai interessa quasi tutti i corsi di laurea. Con una riduzione di docenti e ricercatori e il conseguente accesso a “numero programmato” è difficile pensare che tutti gli studenti interessati possano accedere all’università. Nell’ultimo decennio c’è stato poi il progressivo impoverimento di gran parte delle famiglie italiane, mentre le tasse d’immatricolazione sono aumentate per tutti, anche se legate all’indicatore ISEE. La drammatica situazione della mancanza di lavoro anche per i giovani laureati non ha aiutato a fare una scelta che richiede investimento di soldi e fatica mentale. In pratica le università, cambiate con la riforma di alcuni anni fa con i percorsi 3+2, hanno perso credibilità e per molti non garantiscono più un lavoro, né lo garantiscono meglio retribuito o stabile! Questo perché le classi dirigenti del Paese, con i loro scandali, con il loro scarso rispetto per la Scuola e la Cultura hanno ridotto il valore della laurea, del diploma e dello studio in generale. I mass media ci mostrano quali personaggi fanno carriera e spesso entrano in “politica”, nel suo significato peggiore: escort, veline e giovanotti che possono comprarsi una laurea all’estero e hanno la protezione di un partito. La scarsa considerazione in cui è tenuta l’università si vede chiaramente anche dagli investimenti sempre più bassi rispetto agli altri Paesi OCSE: 13.719 dollari a studente media OCSE, 9.561 dollari in Italia. Questa riduzione, oltre all’aumento delle tasse d’immatricolazione, ha portato al dimezzamento dei finanziamenti per le borse di studio riservate ai “capaci e meritevoli”. Ormai può immatricolarsi e sostenere il costo dei libri, del trasporto, magari del vitto e dell’alloggio, solo chi appartiene a una famiglia “benestante”. L’università non svolge più quel ruolo di mobilità e miglioramento sociale avuto in passato.

     In una situazione così desolante, ai miei studenti e agli altri giovani io dico ancora: continuate a studiare e scegliete un buon corso di laurea, impegnativo, che vi tolga il fiato e vi lasci poco tempo libero, con percorsi d’esame che siano di vostro interesse e/o almeno in parte vi appassionino. I benefici li riceverete sul piano formativo come persone e su quello lavorativo. Non trascurate le competenze in almeno una lingua straniera e quelle informatiche, vi saranno certamente necessarie. Il lavoro non vi mancherà: Magari dovrete spostarvi in qualche altro Paese (Francia, Germania, Belgio, Olanda, …) europeo dove sarete molto apprezzati e il lavoro sarà assicurato.

    Segnalo due casi dell’ultima settimana relativi al possesso di un titolo d’istruzione. Si è scoperto che un noto personaggio italiano, candidato a premier alle elezioni che ci saranno tra qualche giorno, si era attribuito titoli accademici che non aveva. Ha chiesto scusa, probabilmente ha perso molti voti e sostenitori e si è dimesso. Negli Stati Uniti, il presidente Obama durante il discorso sullo stato dell’unione del 2013 in uno dei suoi punti ha dichiarato: “E’ un’equazione semplice: più istruzione hai, più è possibile avere un buon lavoro”. In Italia invece persone che sono state anche ai vertici della politica e delle istituzioni fanno passare l’idea che studiare è inutile, che con la cultura “non si mangia” e, di conseguenza, continuano a ridurre i fondi per l’istruzione a tutti i livelli.

     Elaborando i dati del MIUR, il gruppo editoriale L’Espresso-Repubblica ha evidenziato che non tutte le università italiane negli ultimi nove anni hanno perso immatricolazioni, (solo) dieci di loro le hanno incrementate, nonostante la perdita netta per l’Italia di 60.000 studenti universitari. Quali sono queste università? Sono  rappresentate nell’istogramma e si può notare, con piacere, il Politecnico di Torino al primo posto.

Vedi anche l’inchiesta “Salvare l’università” su L’Espresso del 14/02/2013.

Meteoriti sugli Urali

     Stamattina in Russia, nella zona degli Urali, c’è stato l’arrivo di un grosso meteorite. Il meteorite, che si pensa fosse di circa 10 tonnellate, si è frantumato in migliaia di parti prima di arrivare al suolo e l’onda d’urto ha provocato la rottura dei vetri di diverse migliaia di edifici. Quasi tutti i feriti, centinaia o migliaia non si sa ancora, sono stati colpiti da frammenti di vetri scaraventati in tutte le direzioni dall’ “esplosione”.

Video INAFTV di qualche ora fa, con commento in italiano.

Video di RussiaToday.

     Un chiarimento sui termini è necessario per evitare confusione. Le meteore sono le scie luminose lasciate dai meteoroidi a causa dell’attrito con l’atmosfera terrestre. I meteoroidi sono corpi celesti di piccole dimensioni, al massimo di qualche metro di diametro (più raramente qualche decina di metri) che vagano con le loro orbite nello spazio interplanetario. Sono definiti meteoriti invece quei meteoroidi che raggiungono interi o in frammenti la superficie terrestre.

     La prima prova concreta dell’esistenza dei meteoriti si fà risalire al 1803, quando testimonianze concordanti riferirono all’Accademia Francese delle Scienze di migliaia di pietre “cadute” dal cielo nella zona di L’Aigle. Da allora si incominciò a studiare l’origine e le cause di questo fenomeno. Bisogna precisare che spesso si trovano sul nostro pianeta frammenti di meteoriti di ferro e meno frequentemente frammenti rocciosi. Secondo alcuni studiosi però l’incidenza dei meteoriti ferrosi rispetto a quelli rocciosi è solo del 5% contro il 95%: si trovano più facilmente quelli ferrosi perché quelli rocciosi, pur essendo molto più numerosi, si confondono con le altre rocce della crosta terrestre.

          Qual è stato il più grande meteorite ritrovato? Venne scoperto nel 1920 ad Hoba nella Namibia, in Africa, e ha una massa di circa 60.000 kg . I crateri da impatto invece sono ancora più difficili da individuare a causa dell’incessante azione livellatrice dell’erosione. Il cratere meteoritico meglio osservabile nella forma e grandezza è quello di Barringer, vicino a Wislow in Arizona (nella foto della NASA): dai calcoli dovrebbe essere stato causato da un meteorite di circa 150.000 tonnellate (150 milioni di kg). Meteoriti di tali dimensioni non si trovano mai perché l’impatto sprigiona un’energia tale da far evaporare le rocce che lo compongono. Il meteorite più famoso della storia della Terra è quello di 65 milioni di anni fa del Golfo del Messico che, insieme ad altri eventi avrebbe causato l’estinzione dei grandi dinosauri.

     Qual è l’origine dei meteoriti? Quasi sempre i meteoroidi che possono diventare meteoriti sono frammenti di asteroidi o comete. Ormai è accertato che ogni anno sulla superficie terrestre cadono migliaia di meteoriti di piccole dimensioni ma raramente hanno provocato danni. Da circa vent’anni, quelli più grandi e potenzialmente pericolosi per l’umanità sono studiati e le loro orbite sono tenute sotto osservazione. Come quello che domani che passerà a circa 28.000 km dalla Terra. Senza conseguenze, per fortuna. Meteoriti & Co. sono vere e proprie spade di Damocle sulla Terra. Su scala temporale umana raramente causano disastri ma su scala geologica certamente sono stati molte volte disastrosi per le forme di vita.

 

Piante epatiche

     Affrontando il tema della varietà di piante e della loro importanza per il nostro pianeta, ho scoperto che nessun alunno di due classi di liceo aveva mai sentito parlare di piante epatiche e, mostrando loro le foto, non ne aveva mai visto alcuna. Sicuramente nel gruppo delle briofite, piante non vascolari nelle quali il passaggio dei liquidi avviene solo per diffusione dall’ambiente e tra cellule adiacenti, sono conosciuti i muschi. Le epatiche invece sono briofite meno diffuse che crescono solo in ambienti umidi, spesso lungo le scarpate in ombra o penombra dei corsi d’acqua o intorno alle sorgenti. 

     Ricordando che avevo scattato alcune foto di epatiche sulla sponda ombrosa di un ruscello, ho pensato di proporle. Nello stesso tempo  invito gli studenti, durante le loro escursioni in campagna o in montagna, a osservare con maggiore attenzione l’ambiente e le sue numerosissime forme di vita.

     Le piante epatiche si presentano con sottili foglie appiattite che aderiscono al suolo mediante numerosi rizoidi che hanno sulla faccia inferiore (hanno una struttura dorsoventrale). Tra le epatiche più comuni, vi è la Marchantia (Marchantia polymorpha), rappresentata nelle foto. Veniva chiamata anche “fegatella” perché un tempo era utilizzata contro le malattie del fegato. Anche il nome “epatiche” deriva da quest’organo: dal latino hepaticae, femminile plurale di hepaticus (del fegato, pertinente al fegato). Il tallo o corpo vegetativo è costituito da strisce nastriformi che assumono spesso ramificazioni ad “Y” ed ha un colore verde scuro per l’abbondante presenza di cloroplasti. Alcune epatiche hanno un aspetto foglioso anziché talloso.

     Il tallo è il corrispondente del fusticino con le foglioline dei muschi, perciò è il gametofito. Gli organi riproduttori si formano su piante diverse. Il tallo maschile porta peduncoli che terminano con strutture discoidali (anterozoi) contenenti gli anteridi. Quello femminile termina con peduncoli che alle estremità hanno archegoni molto simili a quelli dei muschi. A fecondazione avvenuta, grazie all’acqua piovana o alla rugiada che fungono da vettori, all’interno dell’archegonio lo zigote forma lo sporofito in cui matureranno le spore. Come tutte le briofite (almeno 20.000 specie), le epatiche per la riproduzione sono ancora vincolate all’acqua.

Per saperne di più: http://www.treccani.it/enciclopedia/epatiche/

https://www.docenti.unina.it/downloadPub.do?tipoFile=md&id=207176

 

4 febbraio 2013, giornata mondiale contro il cancro

     Si celebra oggi la giornata mondiale contro il cancro. La dichiarazione mondiale è alla base di questa giornata. La dichiarazione comprende 11 obiettivi da raggiungere entro il 2020, tra i quali: cali significativi nel consumo globale di tabacco, lotta all’obesità e al consumo di alcool, estendere i programmi di vaccinazione universale per l’epatite B e il virus del papilloma umano (HPV) per prevenire la malattia a carico del fegato e il cancro del collo dell’utero, una netta riduzione della emigrazione di operatori sanitari con formazione specialistica sul cancro, la disponibilità universale di farmaci antidolorifici efficaci, l’eliminazione di falsi miti e idee sbagliate sul cancro.

     Oggi il cancro, nelle sue varie forme, è una delle principali cause di morte nel mondo. Se non interverranno i cambiamenti auspicati, per i prossimi decenni si prevede un’incidenza ancora maggiora della malattia. Purtroppo.

Per leggere l’intera dichiarazione mondiale sul cancro.

Video

 

Mali di uranio, oro, petrolio, gas e altre risorse

     Il Mali è uno Stato del Sahara occidentale, esteso 1.240.000 km2, quattro volte l’Italia (301.000 km2). Da qualche mese è nelle cronache di giornali e telegiornali per un conflitto che ha prodotto centinaia di morti e circa 150.000 profughi. Il conflitto è tra i soldati dell’esercito del Mali, i mezzi e i militari francesi da una parte e i guerriglieri di movimenti estremisti islamici dall’altra, che si richiamano direttamente ad Al Qaeda. Finora i guerriglieri si erano limitati, in tutto il Sahara, a rapimenti di occidentali a scopo di riscatto e ad attacchi a caserme per reperire armi, mostrare la loro forza e richiamare l’attenzione e l’appoggio delle popolazioni sahariane al loro movimento. A volte i rapiti sono stati rilasciati dopo il pagamento del riscatto, altre volte sono scomparsi. Lo scorso 16 gennaio, è stato attaccato il sito petrolifero algerino di In Amenas e sono stati fatti prigionieri decine di tecnici (ingegneri), molti di altri Paesi (Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Norvegia). L’intervento delle truppe d’assalto algerine e il conflitto con i guerriglieri che ne è scaturito ha provocato 38 morti e numerose critiche dei Paesi occidentali. Purtroppo molti tecnici di diversi Paesi industrializzati, altamente qualificati nel settore delle risorse energetiche e in giro per il mondo per conto di grandi compagnie petrolifere, sono esposti quasi quotidianamente a numerosi rischi.

     Da qualche mese, i fondamentalisti islamici hanno “conquistato” il Mali settentrionale, quello costituito da deserto (la zona meridionale è formata da savana), più ricco di risorse minerarie: oro, ferro, bauxite, petrolio, gas e anche uranio. Ma le principali miniere di uranio si trovano nel vicino Niger e riforniscono la Francia che, con le sue 60 centrali nucleari funzionanti, ricava la maggioranza della propria energia da questo elemento chimico e dal plutonio (239Pu) che ne deriva. A questo punto del conflitto, in Mali è intervenuta la Francia con i suoi mezzi, per contrastare l’avanzata dei guerriglieri e sostenere l’esercito regolare del Paese, che in passato è stata colonia francese come altri Stati dell’Africa occidentale. Dalle notizie d’agenzia sembra che i soldati regolari stiano riconquistando (o hanno riconquistato) gran parte del territorio settentrionale, con le città di Timbuctu, i cui mausolei e le biblioteche sono stati riconosciuti dall’Unesco patrimonio dell’umanità, Gao e Kidal. Purtroppo una delle biblioteche di Timbuctu, con circa 700 mila manoscritti in arabo, ha subito un incendio che ne ha distrutto una parte. Timbuctu è una città crocevia delle lunghissime rotte carovaniere sahariane, tra le coste del Mar Rosso a est e le coste dell’Atlantico a ovest. Qualche ora fa è arrivato a Timbuctu anche il presidente francese Francois Hollande, per un incontro con i suoi militari e con le autorità del Mali.

    Tralascio il resto della cronaca, anche perché le informazioni sono molto scarse e sul conflitto ci sono poche immagini: è l’unico caso tra le guerre recenti. Sarà un bene? Cerco di spiegare qualcosa sull’uranio, l’elemento numero 92, il più pesante degli elementi naturali, che fà da separatore rispetto a tutti gli elementi successivi detti transuranici. È un elemento radioattivo e quando si parla di questo fenomeno si parte sempre dai coniugi Curie, due pietre miliari della storia della scienza, anzi tre con la figlia Irene Curie-Joliot. L’uranio appartiene alla serie degli attinidi (o attinoidi) e viene impiegato soprattutto nei reattori nucleari e nella produzione di armi nucleari o proiettili arricchiti all’uranio, in grado di perforare anche le strutture corazzate dei carri armati.

     L’isotopo largamente più diffuso in natura è l’uranio-238 ma si trovano anche piccole percentuali di 235U e 234U, mentre altri isotopi sono stati ottenuti artificialmente (230U, 231U, 232U, 233U, 236U, 237U, 239U, 240U). I Curie ricavavano l’uranio (scoperto nel 1841 da Eugene-Melchior Peligot, 1811-1890, riducendo tetracloruro di uranio UCl4 con potassio metallico) dalla purificazione delle rocce e, dopo aver ottenuto l’elemento, sia accorsero che le scorie della purificazione che buttavano via, erano circa 300 volte più radioattive dello stesso uranio! Per cercare di capire perché e nella speranza di scoprire qualche nuovo elemento, continuarono a trattare quintali di pechblenda (il principale minerale di uranio) per volta portandoli all’ebollizione. Dopo alcuni anni di duro lavoro ricavarono alcuni grammi di materiale che li portò alla scoperta di due nuovi elementi più radioattivi di quelli conosciuti fino ad allora: il polonio (numero atomico 84) e il radio (numero atomico 88). Oltre a ricevere il premio Nobel per la fisica nel 1903 insieme al marito per queste scoperte, Maria ricevette quello per la chimica nel 1911 (il marito morì nel 1906, non a causa della radioattività assorbita, ma in un incidente stradale a Parigi, in Rue Dauphine, scivolò sulla strada bagnata e finì a terra dove venne travolto una carrozza).

     Dagli anni 40 del secolo scorso, attraverso un processo chimico detto di arricchimento, vengono separati i diversi isotopi naturali dell’uranio per aumentare la concentrazione dell’isotopo 235U, solo in questo modo può diventare materiale fissile per i reattori nucleari. Su questo processo di arricchimento c’è una continua battaglia politica e diplomatica, con sanzioni delle Nazioni Unite ed embargo commerciale nei confronti dell’Iran, per il timore che possa raggiungere la percentuale di arricchimento necessaria a costruire ordigni nucleari. Nella regione, armi di questo tipo sono già in possesso dello stato d’Israele.

Un video (in inglese) sull’uranio (durata: 6 minuti).

Nelle immagini: cartina del Mali, un monumento di Timbuctu (tratto da: http://africashispring.blogspot.com ), una roccia contenente uranio.