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Archivio Novembre 2011

Conferenza sul clima a Durban

     In Sudafrica è in corso il summit del 2011 sui cambiamenti climatici (Cop 17). In tutto sono impegnate circa 15.000 persone dei vari Stati aderenti all’ONU. Discutono e cercano di concordare le misure più opportune e sostenibili da prendere per contrastare i cambiamenti climatici in atto che, tutto lascia prevedere, si aggraveranno.

Tra un anno circa, il 31-12-2012, scadrà il primo trattato mondiale, adottato nel 2005, sulla riduzione dei gas serra. Gli obiettivi previsti purtroppo non sono stati raggiunti. Si lavora per trovare un punto d’incontro tra le posizioni dei Paesi che inquinano di più (USA, Cina, Russia e India) e quelle degli altri Stati. Bisogna anche considerare che alcuni Paesi, Giappone e Germania, hanno deciso di rinunciare al nucleare e dismettere gradualmente le centrali esistenti, perciò sicuramente aumenteranno (almeno nel breve termine) i loro consumi di combustibili fossili, carbone compreso, con tutte le conseguenze che questo comporta. Sul carbone, i dati degli ultimi cinque anni sono sorprendenti: nel 2006 proveniva da questo combustibile il 25% dell’energia totale degli Stati del pianeta; nel 2011 la percentuale anziché ridursi è salita al 30%.

Come è già successo per Copenaghen lo scorso anno, anche per la Conferenza di Durban ci sono buone ragioni per ritenere che non ci saranno risultati e accordi efficaci. Eppure qualcosa bisognerà fare, se si vuole invertire questo processo che vede i gas serra aumentare progressivamente, come segnalano i dati del CO2, in parti per milione (ppm), riportati nella colonna di destra e riferiti all’Osservatorio di Mauna Loa (USA).

 

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Alimentazione e nutrizione

    Si terrà tra qualche giorno a Milano il terzo Forum Internazionale sull’Alimentazione e la Nutrizione. Si tratta di un confronto tra esperti e studiosi sui problemi dell’alimentazione dell’umanità. Quali saranno i temi delle relazioni e dei dibattiti? Eccoli:

Ogm e biotecnologie nei diversi contesti geografici

Water economy: emergenza acqua

Geoagricoltura: verso politiche agricole globali

Alimentazione e nutrizione: spreco del cibo e politiche alimentari a confronto

Il futuro dell’accesso al cibo: stili di vita e sistema agroalimentare

 

Quale sostenibilita’ per la filiera agroalimentare?

I paradossi della globalizzazione: tra malnutrizione e obesità infantile

Verso un “benessere sostenibile”

La piramide alimentare e ambientale del bcfn

L’importanza di una corretta alimentazione nell’infanzia

Longevita’ e benessere: il ruolo dell’alimentazione

Cultura mediterranea: il valore di uno stile di vita e di una tradizione alimentare. 

Tutti temi di grande attualità. Ci sarà qualche risultato concreto o saranno solo passerelle, belle parole e un po’ (o tanta) propaganda?

Manifesto per un futuro sostenibile dell’Italia

               Questo blog aderisce al manifesto in questione, che riporto integralmente. È stato presentato a Milano il 7 novembre 2011 e riportato su un’intera pagina a pagamento del Corriere della Sera, il 24 novembre 2011.

Si tratta di un  Manifesto, promosso da esponenti di organizzazioni di imprese e da imprenditori della green economy, che avanza una proposta, articolata in sette punti, per ”affrontare la crisi economica e sociale insieme a quella ecologica, riqualificando il nostro sviluppo nella direzione di una green economy”

I punti del manifesto sono i seguenti:

1.      All’Italia serve una nuova strategia energetica basata su un incisivo programma di misure per l’efficienza e il risparmio di energia.

Questo programma deve fissare precisi obiettivi e promuovere azioni efficaci in diversi settori: dalla riqualificazione energetica degli edifici esistenti alla realizzazione di nuovi edifici a “consumi zero o quasi zero”; da una mobilità urbana più sostenibile a mezzi di trasporto a bassi consumi; dalla promozione della mobilità ciclopedonale allo spostamento di traffico su ferro, su mezzi collettivi e sul cabotaggio; dalla diffusione delle analisi energetiche dei processi produttivi e dei prodotti alla diffusione dei migliori standard, delle migliori pratiche e delle tecnologie ad alta efficienza energetica nell’industria e nei servizi. Investire risorse in una vera e propria rivoluzione del risparmio e dell’efficienza energetica è il modo migliore per ridurre la dipendenza e i costi delle importazioni, tagliare i costi delle bollette e le emissioni di gas serra, migliorare la competitività economica e creare migliaia di nuovi posti di lavoro. Le amministrazioni, a tutti i livelli, devono dare il buon esempio, con iniziative di risparmio energetico in tutte le strutture pubbliche. Le università e gli altri centri di ricerca vanno maggiormente coinvolti nello sviluppo e nella diffusione dell’innovazione per il risparmio e l’efficienza energetica, nella riqualificazione delle professionalità esistenti e nella formazione delle nuove figure professionali richieste.

2.                L’Italia può ancora collocarsi fra i leader mondiali delle energie rinnovabili.

Occorre però muoversi in fretta, mantenendo adeguati ed economicamente sostenibili sistemi di incentivazione per il periodo ancora necessario e valorizzando il patrimonio di esperienza e capacità della nostra industria manifatturiera. Le fonti rinnovabili di energia avranno un ruolo crescente a livello internazionale. Per prevenire e mitigare la crisi climatica, la Conferenza internazionale di Cancun ha, infatti, raggiunto un accordo unanime sulla necessità di arrivare a tagli drastici delle emissioni di gas di serra. L’Italia, Paese povero di energia di origine fossile, ha un’occasione storica per sviluppare l’utilizzo delle sue diffuse fonti rinnovabili superando lo stesso obiettivo europeo del 2020 e, successivamente, potrebbe raggiungere target ancora più ambiziosi sia nel settore elettrico sia in quello termico, rafforzando le filiere produttive degli impianti, migliorando la rete e la capacità di accumulo e predisponendo quadri normativi e programmatici, nazionali e regionali, certi e adeguati

3.                L’Italia deve diventare un campione mondiale dell’uso efficiente delle risorse e del riciclo.

In un Pianeta dotato di risorse limitate, in presenza di una domanda in forte e continua crescita, i costi e la disponibilità delle materie prime saranno elementi sempre più importanti per le possibilità di sviluppo. Le risorse naturali e ambientali vanno ormai considerate scarse e preziose. In Italia, Paese tradizionalmente povero di materie prime, non è più accettabile che la produzione di rifiuti cresca più del reddito e dei consumi. Sono necessarie concrete misure di prevenzione della produzione di rifiuti che coinvolgano i processi produttivi e la progettazione dei prodotti, la loro durata, il riuso e i modelli di consumo. Nonostante in diversi settori industriali, dalla siderurgia al tessile, dai mobili alla carta e al vetro, l’Italia sia storicamente un Paese impegnato nel riciclo, nonostante i passi avanti compiuti nei settori presidiati da forti sistemi di gestione, ancora quasi la metà dei rifiuti urbani – in alcune Regioni oltre l’80% – e la gran parte dei rifiuti inerti da costruzione e demolizione, finiscono in discarica. Per fare un salto in avanti nel riciclo dei rifiuti occorre diffondere sull’intero territorio nazionale le migliori pratiche di raccolta differenziata, estendendola anche alla frazione organica, occorre adeguare le dotazioni impiantistiche regionali, promuovere le migliori tecniche di riciclo e il mercato dei prodotti riciclati, anche per realizzare l’obiettivo europeo di avviare al riciclo almeno il 50% dei rifiuti urbani e il 70% dei rifiuti da costruzione e demolizione. Vanno sviluppati la ricerca, la produzione e l’uso efficiente non solo delle fonti energetiche, ma anche dei materiali rinnovabili che possono dare un importante contributo alla sostenibilità dello sviluppo futuro.

4. L’Italia deve meglio tutelare e meglio valorizzare il suo patrimonio culturale e naturale che è fra i più ricchi e importanti del mondo.

Il patrimonio culturale, storico e paesistico, è essenziale per la nostra stessa identità nazionale. Il patrimonio naturale, la disponibilità di acqua di buona qualità, di aria non inquinata, di un territorio vivibile, sono beni indispensabili per la qualità della nostra vita. Questi patrimoni hanno anche una grande importanza per molte attività economiche: dal turismo, col suo vasto indotto, alla filiera agroalimentare; dalle risorse idriche, dalla cui qualità e disponibilità dipendono diversi settori produttivi, alla promozione del made in Italy, associato ad un’idea di qualità e di bellezza del Paese. Non c’è futuro per l’Italia se non si conservano, con efficaci sistemi di tutela, e se non si valorizzano adeguatamente questi straordinari patrimoni. Va istituito un fondo per la tutela e la valorizzazione dei patrimoni culturali e naturali, alimentato con attività sostenibili, capaci di produrre ritorni economici, con particolare attenzione ad una migliore gestione e distribuzione dei flussi turistici. È tempo di definire le linee fondamentali per l’assetto del territorio italiano che dovrebbero costituire le basi per una riforma dell’urbanistica, tutelare le qualità ecologiche del nostro territorio e frenarne il consumo, stabilendo che non se ne impiega di nuovo se non si dimostra di non potere far fronte alle esigenze recuperando patrimonio esistente, accelerando le bonifiche e il riutilizzo dei siti contaminati e promuovendo la manutenzione e la prevenzione dei rischi di dissesto idrogeologico.

5. L’Italia deve puntare su un’elevata qualità ecologica e una nuova sobrietà.

Oltre a far bene all’ambiente, l’elevata qualità ecologica dei beni e dei servizi risponde alla domanda di un numero crescente di consumatori consapevoli e migliora la competitività sui mercati. Va assicurata una normativa ambientale di qualità europea, più semplice e stabile, con procedure di autorizzazione più veloci e con controlli efficaci. Va incoraggiata la tendenza in atto all’aumento del numero dei prodotti certificati con etichetta ecologica e delle imprese dotate di una certificazione ambientale. Un futuro sostenibile per l’Italia, Paese con un debito pubblico molto elevato e con un alto consumo di risorse naturali, richiede una nuova stagione di sobrietà e di riduzione degli sprechi sia finanziari, nelle spese come nei costi della politica e della pubblica amministrazione, sia di risorse naturali. È possibile avere nuovo sviluppo riducendo gli impatti ambientali, così come è possibile vivere meglio sprecando di meno. Un’economia sobria, fondata su un’elevata qualità ecologica, consentirebbe di assicurare maggiore coesione sociale e un benessere più equamente esteso in un Pianeta densamente popolato e dotato di risorse naturali limitate.

6. L’Italia deve rilanciare il protagonismo delle sue città, grandi e piccole.

 Le comunità locali sono state i laboratori più capaci di comportamenti innovativi, basati sulla responsabilità, la creatività e lo spirito d’iniziativa. Sono riuscite spesso, anche in condizioni avverse, a produrre e mantenere qualità elevate, sia ambientali, sia economiche e sociali. Questa tendenza è confermata, per esempio, dai comuni Italiani che, nel numero più elevato d’Europa, hanno aderito al Patto europeo dei sindaci, adottando piani di politiche e misure impegnative per ridurre le emissioni di gas di serra. Occorre rilanciare lo sviluppo sostenibile locale valorizzando l’iniziativa delle città e dei territori, mobilitando saperi e competenze, coinvolgendo in modo attivo le imprese.

7. All’Italia serve maggiore consapevolezza e capacità di individuare un percorso di cambiamento e di sviluppo.

Stiamo vivendo un rischio concreto di declino non solo economico e ambientale, ma di fiducia nel futuro. Per la prima volta da decenni, le nuove generazioni nutrono fondati timori che il loro futuro possa essere peggiore di quello dei loro genitori. All’Italia serve un innovativo progetto di sviluppo, anche per il risanamento del suo ingente debito pubblico. Non vi può essere per l’Italia alcun vento a favore se il Paese non sa più dove andare, se per il suo futuro non dispone di un progetto condiviso di sviluppo. Non si risolvono i problemi mantenendo il modo di pensare che li ha prodotti. Per superare inerzie e carenze, ormai croniche, occorre una visione innovativa, capace di mobilitare le energie migliori del Paese, così come è avvenuto in passato, in momenti difficili. Le crisi non comportano solo difficoltà, ma anche opportunità di cambiamento. Siamo convinti che l’innovazione e la conversione ecologica possano dare un grande contributo ad un progetto condiviso di cambiamento perché, oggi più che mai, sono decisive non solo per tutelare l’ambiente, ma per produrre occupazione, rivitalizzare l’economia e creare opportunità di nuovo sviluppo.

Il sito del manifesto con il testo originale, il forum e per le eventuali adesioni:

http://www.manifestofuturosostenibile.it/

I colori dell’autunno

18 Novembre 2011 2 commenti

Circa tre anni fa c’è stato già un accenno ai colori delle foglie e ai pigmenti in esse contenuti. Per concludere l’anno delle foreste e celebrare la giornata nazionale dell’albero, presento una serie di foto (a bassa definizione) sui colori autunnali. Come ben sanno gli esperti di comunicazione o quelli di fotografia, un insieme di foto può rappresentare una vera e propria narrazione per immagini. Secondo Helmut Newton un’immagine rappresenta un evento, la voglia di scoprire, il desiderio di emozionare. In questo caso è qualcosa di molto più modesto (sia per la bassa qualità delle foto sia per le modeste capacità dell’autore): una breve narrazione di questa stagione che sta preparando l’inizio dell’inverno e di alcune mie esperienze. In Europa, secondo diversi studi, predominano i colori giallo e marrone sul rosso. Nel nord America invece, nel paesaggio autunnale predomina proprio il rosso rispetto al giallo, considerando le stesse specie arboree dell’Europa. Secondo alcuni botanici si tratta di un adattamento evolutivo di difesa di quelle piante contro i parassiti. Secondo altri invece è la diversa situazione climatica europea, con escursioni termiche giornaliere e stagionali meno accentuate per la presenza del bacino del Mediterraneo e della Corrente del Golfo nell’Atlantico, a rendere meno forti i colori autunnali delle foglie. Sono le due ipotesi prevalenti, ma la questione non è  ancora ben definita. I colori giallo e arancione sono determinati soprattutto dai carotenoidi. I colori tendenti al rosso sono causati dalle antocianineCLICCA QUI per far partire le slides. Oppure cerca “I colori dell’autunno” in Fotoalbum. Poi seleziona “Visualizza con PicLens”. La modalità “presentazione” invece determina la comparsa casuale delle immagini, pertanto l’ordine non corrisponde ai temi indicati qui in basso.

In successione sono rappresentati, con gruppi di foto, i seguenti temi:

Girasole comune (Helianthus annuus): fiore e foglie ormai secche

Acero campestre (Acer campestre), foglie

Campo incolto con ombrellifere

Biancospino (Crataegus monogyna), foglie e frutti

Foglie di farnia (quercus robur)

Foglia di frangola (Frangula alnus)

Frutti di fusaggine o berretta da prete o evonimo (Euvonymus europaeus)

Foglie e frutti di nespolo selvatico (Mespilus germanica)

Foglie di acero saccarino laciniato (Acer saccharinum)

Fiori e Pistilli di zafferano (Crocus sativus), nella pianta sono evidenti i resti delle foglie brucate da un coniglio.

Soffione, dente di leone, tarassaco (Taraxacum officinale)

Campo di graminacee varie

Foglie di rovi  (Rubus ulmifolius)

Foglie di nocciolo (Coryllus avellana)

Campo seminato e paesaggio autunnale

Semi di basilico (Ocimum basilicum)

Foglie di melo (Malus sylvestris) e resti del frutto

Pannocchia di mais (Zea mays)

Frutti e rami di rosa di macchia (Rosa canina)

Rami, foglie e frutti di fitolacca, pianta erbacea della Fam. Phytolaccaceae.

Foglie e chiome di tiglio (Tilia cordata)

Liquidambar: a questo genere di piante ornamentali, per la colorazione autunnale rossa delle foglie, appartengono varie specie.

Funghi a mensola

“Piccolo” masso erratico ad Avigliana in castagneto ceduo.

Zucca (Fam. Cucurbitaceae), foglia di zucca con nervature, resti della pianta.

Betulla (Betula pendula): foglie e frutti riuniti in amenti penduli.

 

Giornata Nazionale dell’Albero

  Il disegno di legge sulle “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani” è fermo, in attesa di essere esaminato, alla Camera dei Deputati. Tra le altre cose, prevede che il 21 novembre di ogni anno sia celebrata la giornata nazionale degli alberi. Se diventerà legge, l’iniziativa segue un’altra legge importante, anche da un punto di vista simbolico: la legge 113/1992, in base alla quale ogni Comune deve piantare un albero per ogni neonato che viene registrato all’ufficio anagrafe. Intanto tra qualche giorno, il 21 novembre 2011 verrà celebrata la seconda edizione della giornata nazionale dell’albero, su iniziativa del Ministero dell’Ambiente. La celebrazione in Italia si aggiunge all’anno internazionale delle foreste e alle celebrazioni del 150° dell’unità d’Italia e vede la partecipazione dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), della Federparchi (Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali) e del Corpo Forestale dello Stato che, quest’anno, compie 189 anni e metterà a disposizione dei Comuni aderenti all’iniziativa migliaia di piantine, per la loro piantatura in zone significative del territorio comunale.

     Non potendo trattare in modo esaustivo, in poche righe, un’entità vivente complessa come l’albero, considererò soltanto una parte di questi laboratori della vita:  l’apparato radicale. Si tratta della parte meno visibile e forse meno “nobile” dell’albero ma certo non la meno importante, ammesso che si possa fare una graduatoria sull’importanza delle varie strutture! Quest’apparato è costituito dalla radice primaria (nelle piante erbacee spesso non esiste una radice principale ma tante radici secondarie che, nel loro complesso determinano un apparato radicale fascicolato), dalle numerose radici secondarie e dai peli radicali. La parte terminale delle radici o zona apicale, è protetta da un rivestimento di cellule speciali: la cuffia, che periodicamente vede distrutta la parte esterna per l’attrito col terreno e continuamente viene rinnovata dalle cellule sottostanti. L’avanzamento dell’apice radicale, in profondità nel terreno, spesso è facilitato dall’azione chimica del biossido di carbonio prodotto dalla respirazione cellulare che, reagendo con l’acqua del suolo forma un acido debole, l’acido carbonico che favorisce la demolizione di certi minerali e il progressivo avanzamento della cuffia con la spinta delle cellule in accrescimento. Queste ultime appartengono alla zona meristematica, formata da cellule in continua divisione. Andando indietro, la capacità rigenerativa delle cellule decresce gradualmente e le cellule assumono una forma più allungata: siamo nella zona di allungamento in cui le cellule incominciano a differenziarsi nei due diversi tipi di tessuti vascolari: floema (preposto al trasporto verso il basso dei materiali organici elaborati dalle foglie) e xilema (adibito alla conduzione verso l’alto dei materiali assorbiti dalle radici). La zona successiva è quella pilifera in cui si completa la differenziazione delle cellule in tessuti e una parte del tessuto epidermico dà origine a numerosissime e speciali estroflessioni: i peli radicali. Sono strutture fondamentali, semplici o più spesso ramificate che aumentano enormemente la superficie di assorbimento. Per la funzione possiamo paragonarli ai nostri villi e microvilli intestinali. L’assorbimento dell’acqua dal terreno avviene soprattutto per osmosi (diffusione della stessa acqua, attraverso una membrana semipermeabile, come sono quelle cellulari, da una soluzione a minore concentrazione a una soluzione a concentrazione maggiore). Questo perché l’acqua del terreno contiene sali disciolti in concentrazione più bassa del citoplasma cellulare. Un’altra importante spinta all’assorbimento radicale è quella della traspirazione: di giorno gli stomi delle foglie sono aperti e una grande quantità d’acqua o vapore acqueo viene eliminata dalla pianta. Anche nelle radici la pressione dell’acqua si abbassa e questo favorisce un assorbimento passivo in cui le cellule radicali non svolgono alcun ruolo. Si tratta di un fenomeno fondamentale nelle piante terrestri. Nelle radici, per quanto riguarda l’accrescimento  si individuano due tipi di tessuti: quelli primari responsabili dell’accrescimento in lunghezza e quelli secondari adibiti in prevalenza all’aumento del diametro radicale. L’accrescimento delle varie parti della pianta è regolato da diversi ormoni prodotti e diffusi nei liquidi in basse concentrazioni. I principali di questi ormoni sono l’auxina, le citochinine, le gibberelline e l’acido abscissico.

Con l’aumento in spessore la radice, da struttura di assorbimento, assume e conserva una funzione soprattutto di sostegno, ancoraggio dell’albero al terreno, conduzione e riserva di materiali.

Per approfondimenti:

http://www.dsa.unipd.it/Staff/verdiglione/caratteristiche%20e%20funzioni%20delle%20piante.pdf

http://it.wikipedia.org/wiki/Radice_(botanica)

L’immagine sulla struttura della radice è tratta da: http://www.lacellula.net/appunti/botanica/radice.html

La foto riguarda uno dei viali di tigli nel Parco “Gen. Dalla Chiesa” a Collegno.

 

Disastri, cambiamenti climatici e progetto METEOMET

   Le immagini del disastro causato dalla pioggia nelle Cinqueterre e in Lunigiana, seguite dalle alluvioni, dai poveri morti e dalle distruzioni di alcuni quartieri di Genova, sono ancora ben nitide nella nostra mente. Del resto, come è stato già scritto in passato (vedi post del 7 novembre 2009), l’Italia ha una situazione idrogeologica precaria, dovuta anche all’incuria delle amministrazioni locali che si sono succedute nel tempo e alla mancanza di interventi dei vari Enti preposti alla gestione del territorio, che rende ripetitivi e in parte prevedibili questi fenomeni. Infatti ogni anno c’è qualche località o regione del nostro Paese che registra drammi di questo genere.

Il periodo più critico dell’anno, in base ai dati degli ultimi secoli è proprio l’ultima settimana di ottobre e le prime due di novembre, sia per l’elevata piovosità, sia perché anche in quota le precipitazioni non sono ancora nevose ma costituite prevalentemente da pioggia che alimenta i corsi d’acqua anziché accumularsi in loco.

     Sul versante della ricerca, un progetto europeo (METEOMET) volto a migliorare la misurazione dei cambiamenti climatici è stato vinto da un gruppo di ricercatori italiani dell’INRIM (Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica) che ha sede a Torino. L’INRIM è un ente pubblico di ricerca, che fa parte del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Si occupa di scienza delle misure e dei materiali, sviluppa tecnologie e dispositivi innovativi. Per quanto riguarda la metrologia, ricordo anche che, tutti gli anni il 20 maggio, su iniziativa del Bureau International des Poids et Mesures di Sevres (Paris) si celebra la Giornata Mondiale della Metrologia per ricordare la Convenzione del metro del 20 maggio 1875. La fase attuativa del progetto meteomet invece è iniziata da circa un mese (1° ottobre 2011) sotto la guida del ricercatore Andrea Merlone che coordina un gruppo di altri giovani ricercatori. Il progetto è stato selezionato e finanziato con fondi europei e vede la partecipazione di una ventina di istituti di altrettante nazioni del continente. Di cosa si tratta? È un progetto triennale che si prefigge di migliorare le tecniche di misura dei parametri meteorologici: principalmente pressione, temperatura, umidità e velocità dell’aria nell’atmosfera. La finalità è quella di arrivare a strumenti di misurazione e dati più precisi e attendibili in modo da migliorare le previsioni meteorologiche e dare una migliore interpretazione ai dati meteorologici dei decenni e dei secoli scorsi. Il progetto prevede anche di favorire la creazione di un network di istituti meteorologici in grado di coordinare e collegare i vari istituti nazionali. Solo uno sforzo congiunto di vari Paesi potrà assicurare la partecipazione di ricercatori con competenze specifiche in vari ambiti scientifici e in metrologia. I nuovi strumenti e le nuove tecniche predisposte saranno sperimentate dai vari istituti meteorologici sparsi in tutta Europa. I risultati dovrebbero essere: dati più accurati e precisi, meglio interpretabili, che consentano migliori previsioni e valutazione dei rischi ed evitare o ridurre tragedie come quelle della Liguria e della Lunigiana, anche se il progetto nel suo complesso tende ad una maggiore comprensione dei cambiamenti climatici che si verificano su larga scala.

Luca Mercalli, della Società Meteorologica Italiana (Nimbus): indica dieci norme di comportamento o norme di autoprotezione, in caso di alluvione.

Le grandi piene fluviali sono lente a propagarsi, il livello delle acque aumenta gradualmente (ore o giorni) e in genere lascia il tempo di prepararsi a salvaguardare i beni esposti ad allagamenti e mettersi in salvo, chiudere vie di comunicazione e ponti, con un’informazione da parte degli enti preposti sufficientemente anticipata e precisa.

Nel caso delle piene-lampo (flash floods) è invece fondamentale la conoscenza di elementari norme di autoprotezione, perché le onde di piena su torrenti montani in forte pendenza, le frane e le colate detritiche, sono fenomeni rapidissimi e non permettono di attendere avvisi esterni. La protezione civile interviene in questi casi solo a soccorrere le vittime e ripristinare le condizioni di normalità, e l’unica protezione efficace è quella che si mette in atto da soli.

1) Dopo un primo avviso di attenzione bisogna informarsi costantemente sull’evoluzione meteorologica, e non fidarsi solo delle voci, ma ricorrere alle fonti ufficiali dei servizi meteo. Rispettate sempre le disposizioni degli enti locali e di protezione civile preposti alla gestione dell’emergenza.

2) Ogni Comune deve disporre di un piano di protezione civile e dovrebbe informare i cittadini sull’ubicazione dei rifugi, dei centri di raccolta e delle zone a rischio. Pretendete di conoscere queste cose quando si è tranquilli nelle giornate di sole, non quando si è in emergenza. La sicurezza si prepara giorno per giorno, non bisogna né sottovalutarla né burlarsene, verrà tutta utile nei minuti più importanti della vostra vita!

3) Non bisogna farsi prendere dal panico: primo obiettivo è salvare la vita e non farsi male.

4) Mai combattere con l’acqua e i detriti, sono più forti loro. Un’automobile galleggia in poco più di 30 cm d’acqua, nonostante pesi oltre una tonnellata: l’acqua può spazzarvi via come fuscelli se tentate di opporvi!

5) Non entrate mai nell’acqua in movimento con un’automobile anche se vi sembra di conoscere la strada, meno che mai in un sottopassaggio allagato: negli ultimi 6 anni ci sono state in Italia 10 vittime che potevano essere facilmente evitate, l’incidente peggiore a Prato nell’ottobre 2010, 3 donne cinesi annegate. Il sottopassaggio è una trappola, sta a voi evitare di entrarci.

6) Anche a piedi non si entra mai in acqua in movimento se è superiore a 20 centimetri, perché la corrente vi può facilmente travolgere. Inoltre ci possono essere voragini o tombini aperti nascosti dall’acqua fangosa, nei quali potreste essere inghiottiti.

7) Non rimanete in locali bassi, garage, seminterrati, ma trasferitevi ai piani alti, eventualmente chiedendo ospitalità ai vicini. Se la casa è a rischio frana, trasferitevi in luogo sicuro.

8) Preparate uno zainetto di sopravvivenza in luogo facile da raggiungere, pronti a prenderlo con voi in caso di evacuazione: bottiglie d’acqua potabile, cibo conservabile, cambio biancheria e oggetti per igiene personale, fotocopia documenti, torcia a pile o lampada frontale (controllate che le batterie siano cariche), carta e penna, radio e telefonino con carica batteria, medicine e pronto soccorso, stivali di gomma.

9) Poi pensate alla casa: spostate documenti, libri, oggetti di valore e mobili da cantine e piani terra ai piani alti, parcheggiate le auto lontane da corsi d’acqua.

10) Ma soprattutto, rimanete vigili e attenti: molti incidenti capitano perché nelle giornate a rischio facciamo di tutto per continuare a vivere come nei giorni normali, invece bisogna concentrarsi, ascoltare i rumori sospetti, osservare cosa accade nei fiumi, prepararsi materialmente e psicologicamente a salvarsi con le proprie forze senza aspettare aiuti improbabili: per definizione, un’emergenza è qualcosa nella quale nulla funziona e nessuno potrebbe aiutarvi.

Alcuni riferimenti: http://www.meteomet.org

Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica,

http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_cosafare_idrogeologico.wp?contentId=APP281

Un video del disastro di Genova 2011: http://youtu.be/C5fQyPqhggg

Cenni sugli strumenti dell’osservazione astronomica

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È iniziato novembre, il mese delle leonidi, meteore che, quando arrivano nella nostra atmosfera, lasciano una scia luminosa a causa dell’attrito e sembrano provenire tutte da una zona della volta celeste in cui si trova la costellazione del Leone.

Nell’antichità il cielo, le sue luci e le forme dei vari corpi celesti furono osservati ad occhio nudo e affascinarono milioni di persone. Nel corso dei secoli però a queste osservazioni, basate solo sull’uso della vista, si sono aggiunti vari strumenti: lo gnomone e le meridiane per misurare il tempo; il compasso, per misurare distanze tra due punti; il bastone di Giacobbe, antenato del sestante, utilizzato per determinare l’altezza di un astro rispetto all’orizzonte o la distanza angolare fra due astri; l’astrolabio, una sorta di planisfero girevole utilizzato anch’esso per determinare l’altezza degli astri sull’orizzonte, oggi quello “a prisma” permette di determinare con precisione latitudine e longitudine; la bussola, per l’orientamento. Il primo cannocchiale ottico che ha permesso di fare molta chiarezza rispetto alla confusione che regnava riguardo alle caratteristiche e ai movimenti di Luna, Terra, Sole, pianeti e stelle, venne costruito da Galilei nel 1609. Il primo telescopio riflettore invece fu progettato da Newton nel 1668 e raccoglieva la luce per mezzo di uno specchio concavo che la inviava ad una certa distanza a un secondo specchio e poi arrivava all’oculare. Quattro anni dopo arrivò il telescopio del francese Guillome Cassegrain che venne perfezionato da Friedrich Wilhelm Herschel con uno specchio convesso che rifletteva su un oculare i raggi luminosi provenienti da uno specchio concavo primario. Oggi i telescopi usati dagli astrofili amatoriali sono, generalmente, rifrattori. Non trascuriamo i binocoli. Un buon binocolo, avendo un campo visivo molto ampio, è adatto per osservare corpi celesti di grandi dimensioni: la Luna, le comete, ammassi stellari (ad esempio le Pleiadi). Sulla Terra però dai vari corpi dell’universo non arriva solo luce ma anche onde radio. I primi strumenti adatti a captare questo tipo di onde furono costruiti negli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Oggi alcuni di questi radiotelescopi hanno dimensioni notevoli. Tra i più importanti bisogna segnalare quello di Effelsberg in Germania con una parabola di 100 m di diametro; quello di Arecibo a Porto Rico, di 305 m di diametro; il MERLIN di Manchester in Inghilterra; il VLA (Very Large Array) in  Nuovo Messico (USA), con 27 antenne di 25 m di diametro ciascuna, disposte lungo un tracciato a “Y” di 36 km. Anche i telescopi ottici hanno raggiunto dimensioni considerevoli: il più grande è il Keck di Mauna Kea alle Hawaii, posto ad un’altitudine di oltre 4000 metri e costituito da due telescopi con lenti di 10 m di diametro.

Un posto di primo piano spetta al telescopio spaziale Hubble che, superando le distorsioni e il filtro dell’atmosfera, ha trasmesso sulla Terra immagini eccezionali. È stato lanciato nel 1990 e posto a un’altezza di circa 550 km, la sua orbita intorno alla Terra dura circa un’ora e mezza. Ha subìto diversi interventi di manutenzione, l’ultima nel 2009. Hubble ormai è alla fine della propria carriera e nei prossimi anni ci aspettiamo grandi cose da un altro osservatorio spaziale, in orbita intorno alla Terra: Kepler, gestito dalla NASA. Nei primi mesi di osservazione, Kepler ha individuato oltre mille probabili pianeti extrasolari. Se alcuni di questi hanno caratteristiche simili alla Terra è tutto da verificare.

    Tra i radiotelescopi terrestri, gli studiosi si aspettano molti risultati da una batteria di antenne in costruzione sul Cerro Paranal, monte della Cordigliera della Costa ai confini del deserto di Atacama, in Cile. La località si trova in corrispondenza del Tropico del Capricorno, a 23° 30’ latitudine Sud, verso il confine con Bolivia e Argentina ed è tra quelle più aride e meno inquinate del pianeta. L’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (Alma), sarà completato nel 2013 e sarà composto da ben 66 antenne, di cui 25 di produzione statunitense, altre 25 costruite in Europa e 16 realizzate in Giappone. Funzioneranno come un’unica enorme parabola. Un grande sforzo scientifico, tecnologico e economico che in Europa vede impegnate la tedesca MT-Mechatronics, due grandi aziende anche italiane: la European Industrial Engineering (Eie Group) e la Thales Alenia Space, ben conosciuta a Torino (a causa della crisi economica, l’azienda ha annunciato circa 300 esuberi di tecnici altamente specializzati) per la sua sede in corso Marche. A detta di molti, le antenne italiane realizzate in fibra di carbonio hanno eccellenti prestazioni e resistono bene all’escursione termica dell’Atacama la cui temperatura varia da –20 °C a +40 °C. Tra i numerosi progetti dell’ALMA c’è anche lo studio del buco nero supermassivo che si trova nella zona centrale della Via Lattea, a circa 26mila anni luce dalla Terra.

Le immagini sono tratte da: http://alma.mtk.nao.ac.jp/e/aboutalma/outline/00.html  e

http://www.sciencedaily.com/releases/2008/02/080215151212.htm

Per una serie di video con immagini inviate dal telescopio Hubble:

http://youtu.be/jgwURYsl0lY

http://youtu.be/PKvjJycbDLI

http://youtu.be/ndGrwRqQcFA

Per approfondimenti sul radiotelescopio ALMA: http://www.almaobservatory.org/ (in inglese e spagnolo).