Archivio

Archivio Luglio 2011

Crisi dell’agricoltura e del paesaggio

natur-mat 004     Per molti l’agricoltura è qualcosa di sconosciuto. Per altri è solo un ricordo, di quand’erano bambini e nei campi lavoravano genitori e nonni. Eppure l’agricoltura, anche nelle grandi città, permette l’arrivo di cibo fresco: frutta e verdure soprattutto. Ma anche gli altri prodotti, più o meno lavorati, confezionati, provengono in ultima analisi dall’agricoltura e dagli allevamenti: pane, pasta, riso, vino, latte, formaggi, uova, salumi. In questi ultimi anni, all’inizio del XXI secolo, l’agricoltura sta attraversando la sua più grave crisi dal secondo dopoguerra. Si tratta di una crisi economica perché i prodotti agricoli all’origine hanno sempre meno valore, mentre quelli lavorati che ne derivano hanno costi sempre più alti per i consumatori finali. Associata a quella economica c’è quella delle persone: gli addetti al settore agricolo sono sempre meno e le campagne si svuotano. In alcuni casi questo vuoto viene occupato dall’agricoltura intensiva, più spesso invece, non solo nelle zone montane e collinari ma anche in pianura, rimangono vaste aree incolte. Che pena osservare campi incolti a soli 10 km da Torino! Secondo dati forniti da FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano) le aziende agricole tra il 2000 e il 2010 si sono ridotte del 27% e quelle con allevamenti addirittura del 50%. Alcuni che avevano la possibilità di investire hanno trasformato l’azienda agricola in azienda agrituristica. Anche in questo caso però, senza agricoltura e allevamento, non avranno vita facile. Bisogna evitare di penalizzare le piccole aziende, com’è sempre successo, e non insistere nell’aiuto dei grandi gruppi formati dai soliti furbi. La faccenda delle “quote latte” che in alcune regioni si trascina da anni ne è un esempio.

Bisogna aiutare i giovani per fargli ritrovare il piacere e la convenienza di coltivare la terra. Qualcuno ci prova. Non mi era mai successo negli anni scorsi. Quest’anno invece, all’esame di Stato di un liceo scientifico, uno studente ha dichiarato che non continuerà con gli studi universitari (non è una buona cosa) perché ha la ferma intenzione di continuare a coltivare la terra (è una  buona cosa), nella cascina dei genitori, con i mezzi agricoli che la tecnologia e le (modeste) possibilità economiche gli mettono a disposizione.

Coltivare significa mantenere vive le nostre origini e l’identità del nostro territorio. Significa anche contribuire concretamente alla salvaguardia del paesaggio e dell’ambiente. Se non c’è la possibilità di coltivare un campo, piuttosto che lasciarlo semplicemente incolto si può favorire la sua trasformazione in bosco. Si tratta di un processo lento che richiede qualche decennio e nel frattempo non permette alcun ricavo economico. Ma anche una scelta di questo tipo deve essere meditata e richiede una selezione delle specie da impiantare, per non lasciare spazio alle solite infestanti, robinia pseudoacacia in primis.

La crisi dell’agricoltura va di pari passo con quella del paesaggio. Capita spesso di notare, purtroppo, lungo le aree incolte o lungo le stradine di campagna che portano a questi campi, sversamenti abusivi di rifiuti di ogni tipo. Per alcune persone, vedere una zona abbandonata significa potervi a sua volta abbandonare di tutto. Come se non esistessero i centri di raccolta e di differenziamento. Ignoranza è anche questo: andare lontano da casa e abbandonare dove capita ciò che non serve più, anche se potrebbe essere smaltito correttamente vicino casa, gratuitamente o con una telefonata.