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Archivio Settembre 2010

In caraffa o imbottigliata?

18 Settembre 2010 Nessun commento

acqua1Negli ultimi anni i costi delle varie forme di energia sono aumentati di continuo. Quelli dei prodotti alimentari di base, anche. Le speculazioni finanziarie hanno contribuito in modo determinante a questi aumenti che gravano soprattutto sulle famiglie meno abbienti. Quest’estate notavo che nella nostra città, negli ipermercati, la maggioranza dei carrelli in coda alle casse contenevano uno o più confezioni di acqua imbottigliata. Nei periodi di crisi molte persone cercano dove tagliare le spese del proprio bilancio familiare. Sono sorpreso che tanti ancora continuino a comprare acqua imbottigliata ad un prezzo esorbitante, se paragonato a quello dell’acqua di rubinetto. Purtroppo da qualche decennio si è persa la cultura dell’acqua potabile di casa. La pubblicità martellante delle televisioni sulle acque imbottigliate (a mio parere come giro d’affari è seconda solo alla pubblicità delle automobili) induce i consumatori a credere che quella dell’acquedotto non sia buona o comunque crea verso di essa un clima di diffidenza. Senza considerare il grande affare di filtri e depuratori di ogni tipo che dovrebbero essere applicati ai rubinetti. Eppure le società di gestione degli acquedotti (per Torino la SMAT) e le ASL garantiscono controlli e sicurezza che nessuna società di imbottigliamento può garantire. Questo doppio controllo è una garanzia di qualità, freschezza e potabilità.

Bisogna sfatare anche la convinzione diffusa in tanti cittadini sulla “durezza” dell’acqua di rubinetto. Questa caratteristica viene evidenziata dalle incrostazioni di calcare (CaCO3) sui sanitari e in alcuni elettrodomestici: lavatrici, lavastoviglie, ferro da stiro. La durezza è determinata dalla concentrazione di sali solubili disciolti, soprattutto carbonati di calcio e di magnesio e dipende dalle caratteristiche geologiche della zona di provenienza dell’acqua. È un parametro che si misura in gradi francesi e, secondo l’O.M.S., per il nostro organismo è consigliato un valore compreso tra 15 e 50 gradi. Questi stessi valori sono stati recepiti anche dalla normativa italiana, inoltre secondo l’Istituto Superiore di Sanità la durezza dell’acqua non è pericolosa per l’organismo e non è la causa principale di calcoli renali e biliari. Perciò se bisogna fare molta attenzione al bilancio familiare e alle spese, quella per l’acqua imbottigliata è superflua. Nel mondo siamo i maggiori consumatori di acqua in bottiglia a tutto vantaggio di poche multinazionali. In Italia i principali produttori di quest’acqua sono quattro: Nestlé, San Benedetto, Uliveto e Ferrarelle, ciascuno con diversi marchi.

Negli ultimi anni ci sono state numerose campagne messe in atto da associazioni di consumatori (Altroconsumo soprattutto) e da alcuni enti istituzionali a favore dell’acqua di rubinetto. Poi la grande raccolta di firme dell’ultimo anno, contro il tentativo di una parte politica di privatizzare l’acqua degli acquedotti, ha creato un clima di attenzione e vigilanza verso questo bene pubblico fondamentale.

Le acque minerali in bottiglia più diffuse e commercializzate sono quelle oligominerali, le altre si trovano meno perché hanno poco mercato. La classificazione in minimamente mineralizzate, oligominerali e ricche di minerali si basa sulla quantità di residuo fisso (r.f.) che, per legge, deve essere riportato in etichetta insieme agli altri parametri in mg/l delle sostanze disciolte. Le acque oligominerali hanno un r.f. compreso tra 50 e 500 mg/l.

Nella tabella: valori massimi e valori guida delle sostanze naturali più comuni nelle acque imbottigliate.

Per chi vuole approfondire il discorso e consultare le tabelle della qualità delle acque di molte città italiane o solo di Torino:

http://www.altroconsumo.it/acqua/acqua-minerale-o-del-rubinetto-s107192.htm

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Agricoltura e alimentazione biologica

biologico1I prodotti biologici si trovano negli ipermercati da qualche decennio ma, oggi, è possibile trovarli anche nei negozi più piccoli e nei mercati rionali, sulle bancarelle, dove è più difficile verificare la loro autenticità. Quindi il biologico non è più solo una moda ma un settore importante dell’agricoltura e del commercio. I prodotti “bio” occupano aree sempre più vaste nei supermercati fino a formare, talvolta, intere corsie. I costi invece si mantengono sempre più alti rispetti ai corrispondenti prodotti non biologici ma questo non spaventa chi è attento ad un’alimentazione di qualità e non deve combattere con difficoltà economiche quotidiane.

In origine, precursori dell’agricoltura biologica sono stati i contadini diffidenti verso un uso sempre crescente di fitofarmaci e insetticidi. Anche quella fascia di popolazione sensibile alle tematiche ambientali e etichettata come “verdi” ha sempre sostenuto il ritorno ad un’agricoltura e ad un allevamento biologici. Sono stati proprio i verdi a portare avanti, dagli anni ’80 ad oggi, trent’anni di battaglie culturali, giuridiche e politiche. L’agricoltura biologica ammette solo prodotti naturali per le pratiche agricole e l’allevamento. Sono esclusi quindi i prodotti chimici industriali e i prodotti OGM. Naturalmente ci sono anche altre ragioni che spingono per una continua sostituzione dei vecchi metodi di lotta con insetticidi: il vasto impiego di questi prodotti è stato sempre accompagnato, nelle tipologie di insetti trattati, dallo sviluppo di una sorta di resistenza genetica e, perciò, da una progressiva riduzione dell’efficacia del trattamento.

Ma quando e come i prodotti agricoli possono essere dichiarati biologici? Innanzitutto devono essere coltivati in terreni dove è stato sospeso l’impiego di sostanze chimiche di sintesi da almeno due anni e devono essere nettamente separati da altri terreni e colture non biologiche. Sono fondamentali poi, per mantenere la fertilità del suolo, alcune buone e antiche pratiche: l’utilizzo di fertilizzanti naturali (compost e letame animale), il sovescio per interrare piante (generalmente leguminose) seminate appositamente per la fertilizzazione, la rotazione delle colture per sfruttare diversi tipi di minerali e per ridurre lo sviluppo dei parassiti. Per quest’ultimo scopo si interviene anche con le normali pratiche di aratura e zappatura e con sostanze a base vegetale (ad esempio piretro) e favorendo lo sviluppo e l’azione di organismi antagonisti di quelli dannosi.

Per quanto riguarda gli allevamenti, sono esclusi quelli in batteria ed è escluso l’uso di antibiotici che, per qualche decennio, sono stati utilizzati massicciamente a scopo preventivo insieme agli ormoni per accelerare la crescita, soprattutto di specie avicole e di bovini. Per la conservazione dei prodotti non sono ammessi coloranti e conservanti chimici. Purtroppo però anche questo settore non è immune dalle frodi, anche se le aziende che vogliono ottenere per i loro prodotti i marchi “bio” sono sottoposte a controlli da parte di una delle agenzie riconosciute per il rilascio a livello italiano o europeo. Si tratta perciò di un’agricoltura controllata in base a regolamenti nazionali ed europei. Questi controlli invece non esistono per l’agricoltura convenzionale e sono molto ridotti per l’agricoltura “integrata” che in parte prevede l’utilizzo anche delle sostanze chimiche di sintesi. In Italia, per i controlli sono riconosciute una decina di agenzie: AIAB, Bioagricoop, Bios, CCPB, Codex, Ecocert Italia, IMC, AC & I, Suolo e Salute, Amab, Demeter, Biozart, Imo. Questo ci aiuta a capire perché l’agricoltura biologica ha un costo maggiore. Non solo per la necessità di ottenere le certificazioni, che hanno un costo, e per i controlli che i tecnici effettuano sul campo e in azienda ma anche perché i fertilizzanti sono più cari, la resa per ettaro del prodotto è inferiore, la difesa biologica è più costosa e, spesso, meno efficace. Tutto questo in passato ha fatto salire i prezzi fino al 100% in più rispetto a quelli non biologici ma, negli ultimi, anni questa differenza è meno marcata.

Non bisogna trascurare un aspetto sociale e sanitario: una percentuale significativa di malattie tumorali ha origine alimentare, dovuta proprio ai residui di pesticidi che si trovano negli alimenti vegetali (frutta, verdura, ortaggi) e agli antibiotici contenuti nelle carni. Un’alimentazione rivolta maggiormente ai prodotti biologici potrebbe ridurre malattie, morti e costi sociali. Ricordo un conoscente e amico che, proprietario di un frutteto trattato con fitofarmaci, mostrando una cassetta di mele molto grandi e belle diceva: “una di queste ti guarisce!”. Dopo pochi anni, non ancora sessantenne è deceduto per un tumore all’intestino. Purtroppo di casi simili, negli ultimi anni, ce ne sono stati tanti. Frutta e carni non vanno demonizzate ma bisogna fare attenzione alla loro origine e la prima va consumata sempre lavata e sbucciata, le carni vanno consumate con molta moderazione.

L’immagine è tratta da www.madeinitalyblognetwork.it/tag/biologico/