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Archivio Agosto 2010

Se persino la Russia brucia …

incendio-RussiaMala tempora currunt. Certo, presi singolarmente, i numerosi casi di variazioni climatiche estreme che si sono verificati negli ultimi decenni, possono rientrare benissimo nelle fluttuazioni periodiche che si sono verificate nella storia della Terra. Però, nel loro insieme, aumento di gas serra nell’atmosfera, aumento della temperatura media dell’aria, scioglimento dei ghiacciai, alluvioni sempre più devastanti e, contemporaneamente, a qualche migliaio di km di distanza, siccità prolungate e incendi, sembrano tanti tasselli di un mosaico climatico determinato soprattutto dall’eccessivo sfruttamento di fonti energetiche fossili in un piccolo arco di tempo e dal disboscamento di vaste aree del pianeta.

In queste settimane di luglio e agosto, gli incendi nella Russia centrale europea sono stati fuori controllo. Le aree interessate dalla devastazione sono estese quanto un’intera regione media italiana. I fumi sprigionati dalle fiamme hanno reso Mosca, la più grande capitale europea con oltre dieci milioni di abitanti, surreale. Nel nostro immaginario i moscoviti sono rappresentati col cappotto e col colbacco e non in pantaloncini, magliette e mascherine, come li abbiamo visti in queste settimane. Le campagne e le foreste è più facile immaginarle coperte di neve anziché di fumi e fiamme. I corrispondenti da Mosca dei giornali e dei TG nazionali hanno riferito che i condizionatori d’aria si trovavano solo al mercato nero a non meno di  duemila euro l’uno. La temperatura dell’aria nella zona della capitale si era stabilizzata intorno ai 40 °C, alcuni aerei non sono riusciti a svolgere il loro servizio e, chi poteva, ha abbandonato la città affrontando lunghe code in auto o prendendo d’assalto treni e autobus. Chi non ha potuto, per proteggersi dal caldo e dal fumo, ha affollato gli ipermercati e molti hanno dormito negli uffici provvisti di condizionatori. Il fumo, dopo essersi ampiamente disperso nella troposfera, ha raggiunto anche la stratosfera e non sono pochi i quotidiani anche italiani usciti in edicola con titoli catastrofici, come “Inferno a Mosca”. La nube di fumo si è estesa per un fronte di circa tremila km . Alle operazioni di spegnimento hanno partecipato anche aerei e mezzi di altri Paesi: l’Italia ha inviato due Canadair in servizio nella zona di Samara, sul Volga, circa 700 km a sud est di Mosca. I Canadair hanno preso acqua direttamente dal fiume che, per la sua vastità ha consentito il rifornimento in assoluta sicurezza. Il nostro Ministero degli Esteri ha sconsigliato la partenza dei turisti per ben 83 regioni russe colpite dagli incendi.

Secondo i meteorologi russi, quest’ondata di caldo torrido non ha precedenti a queste latitudini, da quando sono stati registrati dati climatici alcuni secoli fa. Se si può fare ben poco per l’inquinamento, la CO2 prodotta, l’enorme quantità di biomassa andata in fumo, le case e le centinaia di villaggi abbandonati e distrutti dalle fiamme insieme agli animali, sono state invece prese misure di carattere commerciale: bloccate le esportazioni russe di grano fino al 31 dicembre 2010, a causa della vastità delle coltivazioni distrutte. Sicuramente gli speculatori sono già all’opera ed è facile prevedere che ci saranno conseguenze ingiustificate, come l’aumento di prezzo di diversi prodotti anche in altri Paesi. Ormai gli incendi sono stati spenti ma c’è voluto oltre un mese di ininterrotto lavoro. Alcuni dati ci aiutano a capire le proporzioni degli incendi: sono state impegnate circa 150.000 persone della protezione civile e tremila soldati con mezzi militari. In molte zone, per limitare i danni si è lavorato 24 ore su 24. Sono bruciate due basi militari e il fuoco ha lambito altrettante centrali per il trattamento delle scorie nucleari rischiando un’ulteriore catastrofe.

Concludiamo ricordando che, in Italia, quando si avvista un incendio o un principio d’incendio bisogna chiamare immediatamente il 1515 del Corpo Forestale dello Stato. Per emergenze ambientali generiche è attivo il 1525. Il 115 invece consente di chiamare il Pronto intervento dei Vigili del Fuoco. Sono necessari impegno e vigilanza da parte di tutti.

La crisi è pagata anche dall’ambiente naturale

parco-abruzzoDue casi emblematici: uno internazionale e l’altro italiano. Il primo riguarda le Galapagos, isole che hanno fatto la storia della biologia e dell’evoluzionismo e dove Darwin sbarcò nel 1836. Secondo notizie apparse sulla stampa internazionale, l’ONU per vari motivi, legati anche alle forti pressioni di poteri economici alla continua ricerca di nuove fonti di speculazione potrebbe non tutelarle più. Starebbe per essere avviato un progetto di turismo (moderato) che ha come meta proprio quell’ecosistema particolare. Ricordiamo che l’arcipelago, appartenente all’Ecuador, ha una diversità biologica eccezionale, già descritta da Darwin nell’Origine delle specie e questo è proprio l’anno internazionale della biodiversità. Da oltre un secolo e mezzo queste isole rappresentano un laboratorio scientifico a cielo aperto. Nei documentari naturalistici televisivi spesso sono mostrate alcune delle specie animali endemiche di queste zone che rendono le Galapagos uniche: le tartarughe giganti, le iguane marine, il pinguino delle Galapagos, il cormorano di terra, le numerose specie di fringuelli. È chiaro che un afflusso continuo di turisti, anche se moderato nella quantità, porterebbe alla costruzione di strutture ricettive con un impatto assolutamente negativo sull’ambiente naturale. Com’è già accaduto in passato, per ottenere nuove fonti di guadagni per pochi si danneggiano irrimediabilmente ambienti naturali dal valore storico e biologico straordinario. Proprio dall’osservazione minuziosa delle forma di vita presenti su queste isole molto lontane dalle coste del Sudamerica Darwin arrivò al concetto di isolamento geografico come fattore fondamentale che porta all’isolamento genetico. Su queste isole anche le visite a carattere scientifico andrebbero fortemente regolamentate, ma il turismo “balneare”, più o meno di massa, anche se moderato, non dovrebbe essere permesso. Infatti fra i possibili danni è facile prevedere l’introduzione, volontaria o non, di specie estranee all’ecosistema Galapagos: insetti, rettili, mammiferi, uccelli e così via, alterando quel fragile equilibrio naturale che da centinaia di migliaia di anni ha reso queste isole straordinarie. 

L’altro caso, italiano, riguarda alcuni parchi nazionali, in particolare il Parco Nazionale d’Abruzzo che ha per simbolo l’orso marsicano. Anche in questo caso la causa principale è la crisi economica che ha portato il governo ad effettuare enormi tagli nella finanziaria del 2010 e che hanno riguardato tanti settori strategici: ricerca, istruzione, cultura, sicurezza, sanità, gestione delle aree naturali, … Per il Parco d’Abruzzo le risorse economiche per l’anno in corso ammontano a meno di un milione di euro e non consentono neanche  la gestione ordinaria dell’Ente: vigilanza, conservazione, prevenzione degli incendi e del bracconaggio ecc. Spero che questa notizia data dal TG3 regionale dell’Abruzzo si riveli, almeno in parte infondata. Comunque è avvilente constatare che certi poteri economici, generalmente responsabili delle crisi finanziarie con l’attività dei loro dirigenti e/o i mancati controlli, non pagano per la crisi che hanno determinato ma questo costo si riversa sempre sulla gente comune, sulla cultura e sull’ambiente.