Earth Day 2017

     Come gli altri anni, fin dal 1970, ritorna la “Giornata della Terra”, la manifestazione ambientale più vasta del pianeta. Un evento di cui si sente un forte bisogno, quest’anno più di altri anni, perché il presidente di uno dei più grandi Paesi della Terra, eletto da alcuni mesi, nega i problemi ambientali e nega un nesso tra i cambiamenti climatici in atto e le attività umane incentrate sul consumo ormai non più sostenibile delle risorse energetiche fossili. Non solo, gli USA si sono tirati indietro anche dallo storico accordo sul clima sottoscritto a Parigi nel 2015.

     Non è banale quindi, dopodomani 22 aprile, partecipare ad uno degli eventi che celebrano la Terra e ne promuovono la salvaguardia. Promossa dalle Nazioni Unite, vede coinvolti 192 Paesi e quasi un miliardo di persone in modo diretto o indiretto.

     Se vale il motto “pensare globale e agire locale” dell’ambientalismo scientifico, ciascuno nel suo piccolo può dare un contributo, con azioni concrete, informazioni, formazione, istruzione ed educazione nei confronti degli altri. Anche attraverso il web.

     Anche questa 47esima edizione della manifestazione può dare un contributo concreto, nonostante le decisioni politiche,  amministrative ed economiche intraprese recentemente in quel grande Paese d’oltreoceano.

     Oltre agli Stati e alle istituzioni nazionali, sono coinvolti migliaia di gruppi ambientalisti seri di tutto il mondo e numerose organizzazioni sindacali dei lavoratori. Per l’Italia le principali manifestazioni programmate sono consultabili sul sito ufficiale all’indirizzo: http://www.earthdayitalia.org. Il sito internazionale: http://www.earthday.org/ .

Per gli eventi principali in Italia: http://www.earthdayitalia.org/Eventi/L-Earth-Day-in-Italia. Crediti immagine: MyCK.ca .

Earth Day 2017 Video Song (West Los Angeles Children’s Choir ).

Grande muraglia verde contro la desertificazione

     Prendendo spunto dalla Grande Muraglia cinese, costruita a partire dal 215 a.C. dagli imperatori cinesi come strumento di difesa dalle invasioni dei popoli della steppa asiatica, alcune decine d’anni fa una ventina di Stati africani, sostenuti da FAO, Banca Mondiale, Unione Europea, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo e per l’Ambiente e da diverse organizzazioni africane, hanno proposto un vasto sistema di aree verdi produttive lungo la fascia che va dalla costa atlantica africana al Mar Rosso a Sud del Sahara.

    Come la Grande Muraglia cinese, lunga circa 8.850 km e nel 1987 dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, anche questa muraglia verde il cui tracciato è indicato nell’immagine, dovrebbe estendersi per 8.000 km circa, con una larghezza di circa 10 km. I principali Stati interessati sono: Muritania, Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan, Eritrea, Etiopia, Gibuti.

     Il progetto mira a proteggere le popolazioni di questi e altri Paesi dalla crescente desertificazione, a migliorare le condizioni di vita nelle zone rurali e a preservare i paesaggi produttivi. L’iniziativa, se adeguatamente sostenuta, potrebbe anche costituire un capitolo importante di un più vasto progetto per ridurre il numero di migranti in partenza dall’Africa subsahariana verso l’Europa.

     Un progetto ambientale di tali proporzioni che, se messo in atto, rappresenterebbe anche un tassello delle tante iniziative messe in campo per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici che alcuni si ostinano a negare, contro ogni evidenza scientifica.

     Ma i dubbi sulla riuscita dell’iniziativa Grande Muraglia Verde sono diversi. Innanzitutto i tempi: il progetto stenta a procedere da alcuni anni. Inoltre, mettere a dimora un numero di piante necessarie a coprire oltre undici milioni di ettari di territorio, fare in modo che attecchiscano e si mantengano vive dedicando loro le necessarie cure è un’impresa mai realizzata prima. Senza considerare che il Sahara, il più esteso deserto del Pianeta, è un ecosistema a sé stante che si autoregola, forse per nulla “imbrigliabile” lungo una fascia di almeno 8.000 km.

     Il progetto potrebbe avere maggiori probabilità di successo se si puntasse al rinfoltimento delle specie vegetali autoctone già esistenti a ridotto della zona subsahariana, senza pensare a specie “produttive” e utili alle popolazioni locali in senso classico occidentale. Anche le specie autoctone favorirebbero alcune colture e, soprattutto, l’allevamento anch’esso vitale per le popolazioni di quelle aree. Inoltre avrebbero bisogno di meno acqua, perché il rischio principale è quello della morte delle giovani piante.

     Sono necessari svariati miliardi di dollari di investimenti e, purtroppo, non c’è certezza di piena riuscita dell’impresa. Non bastano i soldi, sono necessarie cure delle popolazioni locali, controllo di tecnici anche di Paesi terzi per evitare i fenomeni di corruzione, terrorismo e malaffare che hanno fatto fallire altre iniziative nei singoli Stati africani.

     Alcuni consigliano di puntare su numerosi progetti nei singoli Stati anziché su un unico grande progetto, più difficile anche da monitorare. Intanto il Sahel con le scarse piogge e le frequenti siccità e con i suoi 135 milioni di abitanti in forte incremento, aspetta e langue, esteso lungo il bordo meridionale del Sahara per oltre 5.000 km. Le sue popolazioni cercano in ogni modo di sopravvivere, anche affrontanto il grande deserto con le sue innumerevoli insidie per arrivare sulle coste del Mediterraneo. Quello che succede dopo sul mare nostrum è cronaca giornaliera da alcuni anni. Crediti immagine:  Forum meteo – Il Meteo.it

Caccia ai buchi neri: Event Horizon Telescope

     Grazie ad un sistema di undici radiotelescopi della rete “Event Horizon Telescope”, il prossimo 5 aprile inizierà la caccia ai buchi neri, corpi celesti enormi, sfuggenti e invisibili, la cui esistenza è stata ipotizzata cento anni fa, ma da allora non sono stati mai osservati. Gli undici radiotelescopi sono disseminati tra i vari continenti, fino all’Antartide, e saranno puntati verso una stessa regione del cosmo: il centro della Galassia per cercare di ottenere la prima immagine di un rappresentante dei più grandi mostri dell’Universo, il black hole “Sagittarius A”, il buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea.

     I dati raccolti nell’ultimo secolo indicano l’esistenza di almeno due tipologie fondamentali di buchi neri. Alcuni “supermassicci”, enormi, con una massa superiore di milioni o miliardi di volte rispetto a quella del Sole e presenti al centro delle galassie, come quello al centro della Via Lattea. Gli altri invece sono molto più piccoli, numerosi e sparpagliati all’interno delle galassie. In entrambi i casi, questi corpi celesti “neri” hanno un’attrazione gravitazionale talmente forte da trattenere alche le particelle di luce, i fotoni, rendendosi invisibili agli strumenti ottici.

     I buchi neri rappresentano l’ultimo stadio evolutivo di stelle molto massicce che, dopo essere esplose e aver originato una supernova, hanno ancora una massa superiore a due o tre masse solari. Il collasso di questo corpo non si arresta allo stadio di stella di neutroni ma, a causa dell’enorme forza gravitazionale, prosegue fino a diventare buco nero. In alcuni casi il collasso della stella è tanto rapido da saltare lo stadio dell’esplosione e di supernova.

     I buchi neri, come anche le pulsar e le nane bianche, in quanto ultimi stadi dell’evoluzione stellare sono corpi molto vecchi, di piccole dimensioni ed altissime densità.

     L’esistenza dei buchi neri viene dedotta dalle numerose e forti perturbazioni gravitazionali provocate sulle orbite delle stelle e dei gruppi di stelle ad essi più vicine. Queste perturbazioni generano un “effetto vortice” sulla materia e sulle radiazioni circostanti, fino a distanze notevoli, definite per ciascun buco nero “orizzonte degli eventi”, oltre il quale la luce riesce a sfuggire, seppure con frequenza alterata.

     A partire dal 5 aprile, per una decina di giorni, sarà raccolta un’immensa mole di dati che opportunamente elaborata nei pressi di Boston (USA), allo Haystack Observatory di Westford, dovrebbe fornire una prima storica immagine del buco nero supermassiccio che funziona da “perno”, intorno al quale ruota l’intera Via Lattea con i suoi duecento (stimati) miliardi di stelle circa, a 26 mila anni luce dal Sistema solare. L’elaborazione dei dati potrebbe richiedere molti mesi e la prima immagine è prevista per il 2018. Il nostro Sistema di pianeti e il Sole si trovano in una zona periferica della Via Lattea, nel Braccio di Orione, ben lontani dal pericoloso centro. Il sistema di radiotelescopi dovrebbe consentire (almeno questo è l’obiettivo) di osservare la materia che si muove ruotando vorticosamente verso il buco nero, prima che essa sparisca oltre “l’orizzonte degli eventi”, il punto oltre il quale vengono assorbiti anche i fotoni e nulla più è visibile.

Crediti immagine Black Holes: JPL – NASA .

Video documentario (in inglese) della NASA: The Largest Black Hole In History .

Per saperne di più sui buchi neri: Archivio di INAF TV.

Video della NASA sul ciclo Solare

     Alcune settimane fa la NASA ha pubblicato in Rete un breve video (3 min e 20 sec) sull’attività solare degli ultimi sette anni. Il video, accelerato riprende l’attività solare con migliaia di immagini, una ogni 12 ore, scattate dal 2010 alla fine del 2016. Le riprese sono state effettuate con due strumenti: l’Helioseismic and magnetic imager (Hmi) e l’Atmospheric imaging assembly (Aia), entrambi del Solar Dynamics Observatory che si trova nello Spazio dal febbraio del 2010, posizionato in orbita geostazionaria, cioè a 36.000 km circa dalla Terra.

Video NASA sul ciclo solare.

     Il ciclo del Sole riguarda soprattutto il fenomeno delle macchie solari, al quale è connessa l’attività magnetica solare e la maggiore o minore energia irradiata in tutte le direzioni nello spazio. Il numero delle macchie sulla superficie della Stella non è costante ma varia da un minimo ad un massimo, secondo un periodo medio di undici anni. Ma può ridursi anche a dieci o aumentare fino a dodici.

     C’è stato anche un periodo, dal 1645 al 1715, in cui questo ciclo si interruppe (minimo di Maunder) con la scomparsa quasi del tutto del fenomeno delle aurore polari (un fenomeno ottico visibile in corrispondenza dei Poli o in prossimità del circolo polare artico e antartico, caratterizzato da bellissime bande luminose mobili di diversi colori) come accertato dall’astronomo Edward Walter Maunder

     Dopo alcune intuizioni, il fenomeno venne definitivamente accertato dall’astronomo tedesco Heinrich Schwabe nel 1845, confermato negli anni successivi da Rudolf Wolf.

     Secondo molti studiosi il ciclo solare influisce sui fenomeni climatici terrestri e sul flusso di raggi cosmici che arrivano nell’atmosfera della Terra.

Per approfondire, un ipertesto di un liceo di Cuneo sulle macchie solari.

Prima giornata nazionale del paesaggio

     Il 14 marzo 2017, con oltre 150 iniziative in tutt’Italia, sarà celebrata la giornata nazionale del paesaggio. Sul sito del Ministero del Beni Culturali si legge che “L’evento, voluto per promuovere la cultura del paesaggio e sensibilizzare i cittadini riguardo i temi e i valori della salvaguardia dei territori, è stato illustrato dal Ministro Dario Franceschini insieme al Sottosegretario di Stato Ilaria Borletti Buitoni, al Segretario Generale del Ministero Antonia Pasqua Recchia, al Direttore Generale di Pompei Massimo Osanna, al Direttore del Museo archeologico Nazionale di Taranto, Eva degli Innocenti e a Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio Tre che è Media Partner dell’iniziativa.”

     Su Ministero Beni Culturali si possono individuare i principali eventi della propria Regione.

     La giornata è stata voluta dal Mibact (Ministero del Beni e delle Attività Culturali e del Turismo) e coinvolge tutte le principali città d’Italia impegnandole nella promozione della cultura del paesaggio e nella salvaguardia del territorio. Nella stessa giornata, a Roma sarà sottoscritto il Piano Paesistico della Regione Piemonte che si aggiunge a quelli di Toscana e Puglia sottoscritti in precedenza.

     La tutela del paesaggio è stata inserita nei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica, in particolare all’articolo nove: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”

     Tutti gli eventi di domani vogliono richiamare i cittadini di ogni età a considerare il paesaggio un valore identitario del nostro Paese, da preservare per le generazioni future e valorizzare per uno sviluppo sostenibile e consapevole del territorio.

     Per stimolare attività progettuali per la riqualificazione del paesaggio è stato anche istituito il Premio Paesaggio Italiano, che sarà attribuito per la prima volta proprio domani 14 marzo.

Breve video di presentazione dell’Evento (MiBACT).

Video Cultural-ON: l’ontologia dei luoghi della cultura e degli eventi culturali 1h e 36 minuti, con immagini spettacolari dei paesaggi italiani.

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Torino città verde nella graduatoria del MIT

     Il MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston, con il Senseable City Lab, ha ideato il progetto Treepedia che, basandosi sull’analisi dei dati di Google Street View, ha calcolato l’indice di verde visibile e stilato una graduatoria delle città più verdi del Pianeta. Il progetto è guidato dall’italiano Carlo Ratti e si propone di orientare le politiche ambientali per contrastare l’inquinamento delle città. Con un censimento grafico, strada per strada, della copertura vegetale, sono state individuate e organizzate in una classifica 17 città del mondo con elevate percentuali di verde pubblico e privato. Il progetto Senseable City Lab spiegato in un video di RAI Scienze dieci anni fa, con un’intervista al responsabile Carlo Ratti.

     In questa speciale e ambita classifica, Torino è l’unica città italiana considerata, con un punteggio di 16,2% (al primo posto c’è la sorprendente città-Stato asiatica Singapore con 29,3%, mentre al diciassettesimo c’è Parigi con 8,8%). La graduatoria completa:

1. Singapore

2. Sydney, Australia

3. Vancouver, Canada

4. Sacramento, USA

5. Francoforte, Germania

6. Ginevra, Svizzera

7. Amsterdam, Olanda

8. Seattle, USA

9. Toronto, Canada

10. Miami, USA

11. Boston, USA

12. Tel Aviv, Israele

13. Torino

14. Los Angeles, USA

15. New York, USA

16. Londra

17. Parigi

All’indirizzo http://senseable.mit.edu/treepedia si può selezionare la città di interesse, comparirà la mappa, modificabile con lo zoom, con i quartieri e le indicazioni sui principali viali alberati. Video del TG1 del 04/03/2017.

La plasticità cerebrale: dalle cellule staminali alla vita di tutti i giorni

     Le Conferenze scientifiche dell’Associazione SeralMente Cultura Net continuano anche nel 2017. Il prossimo incontro di venerdì 10 marzo c.m. alle ore 21,00 riguarda il vasto tema della plasticità cerebrale, dalle cellule staminali alla vita di tutti i giorni.

     Nel segnalare l’importanza dell’argomento, riporto l’abstract della conferenza dei Proff. Luca Bonfanti (Dipartimento di Scienze Veterinarie e Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi) e Paolo Peretto (Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi e Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi), entrambi dell’Università degi Studi di Torino e ciascuno autore di molte decine di pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali.

Ognuno di noi nasce con 100 miliardi di neuroni collegati tra loro da migliaia di miliardi di connessioni, il che ci permette di pensare, muoverci, ricordare, amare, odiare, contrattare i prezzi al mercato e preparare conferenze. Numero, tipo, localizzazione di ogni neurone all’interno della complessità del cervello sono in gran parte determinati dalla genetica. Ma come può “la genetica” prevedere tutto ciò che succederà nel mondo che ci circonda? Se il mondo cambia (e tutti sappiamo che questo accade continuamente), come potremmo adattarci alle nuove situazioni? E’ possibile cambiare la struttura dei contatti tra i neuroni o il loro numero nell’arco della nostra vita? Possiamo sostituirli quando vengono danneggiati o addirittura persi, come nell’Alzheimer, nel Parkinson o nell’ictus? E’ vero che il nostro cervello contiene cellule staminali attive anche negli individui anziani? E, soprattutto, come sarà il nostro cervello all’età di 90 anni?

Queste sono solo alcune delle domande che negli ultimi decenni hanno appassionato neuroscienziati, affascinato cittadini curiosi di scienza, e illuso o dato speranza a pazienti con malattie neurologiche. Interpretando i ruoli dello scienziato ottimista e di quello pessimista, due ricercatori torinesi cercheranno di dare alcune risposte raccontando la storia, lo stato attuale e il futuro delle ricerche sulla plasticità cerebrale.”

     Come introduzione, propongo il video del neuroscienziato Michael Merzenich sulla capacità del cervello di ri-cablare attivamente se stesso. In inglese, ma sottotitolato in italiano (durata 23 min.).

Sistema Trappist-1: una stella e sette esopianeti speciali

     La conferenza stampa della NASA sulla scoperta di sette esopianeti ha avuto un’enorme eco internazionale. Però l’entusiasmo di chi si occupa di Scienza e lo stupore dei comuni cittadini, forse sono stati eccessivi. Il fatto che 39 anni luce, la distanza alla quale si trova questo nuovo e interessante sistema planetario, su scala cosmica sia una piccola distanza, non deve trarre in inganno. Se si potesse costruire una navicella da inviare verso quei pianeti per raccogliere dati, con le velocità permesse dalle attuali conoscenze tecnologiche, per raggiungerli ci vorrebbero alcune centinaia di migliaia di anni (800.000 secondo alcune stime). 39 anni luce infatti corrispondono a circa 369 mila miliardi di km e la velocità massima per oggetti di costruzione umana è di 50.000 km/h circa, quella della sonda New Horizons.

     Il cuore di questo nuovo sistema planetario è la stella nana rossa Trappist-1, nella Costellazione dell’Acquario. In passato sono già stati individuati esopianeti orbitanti intorno a stelle ad una distanza compatibile con la vita e la presenza di acqua allo stato liquido. In questo caso, dei sette pianeti rocciosi, ben tre si trovano ad una “giusta” distanza da Trappist-1, una stella più piccola del Sole, più giovane (circa 500 milioni di anni, rispetto ai 5 miliardi di di anni del Sole) e più fredda (circa 2.400 °C in superficie rispetto ai 6.000 °C della superficie solare), ma in grado di irradiare energia ai suoi pianeti, più vicini rispetto alle distanze che separano gli otto pianeti dal Sole. Addirittura hanno tutti orbite più corte di quelle di Mercurio intorno al Sole e l’arrivo sulla loro superficie di raggi X e radiazioni ultraviolette potrebbe costituire un ostacolo insormontabile per lo sviluppo della vita.

     Il nome della stella deriva da quello del telescopio utilizzato per individuarla: TRAnsiting Planets and PlanetesImals Small Telescope south (Trappist-south), dell’Osservatorio di La Silla sulle Ande cilene, controllato dall’Università belga di Liegi. Ricerche effettuate con il telescopio ad infrarossi “Spitzer” sfruttando la tecnica delle deboli variazioni di luminosità della stella, quando un corpo opaco le passa davanti, hanno consentito di scoprire questo interessante sistema planetario. Quindi sono state catturate le immagini delle ombre di questi pianeti mentre passavano davanti alla loro stella. I sette pianeti, in ordine di distanza dalla stella, sono stati denominati Trappist-1, seguiti rispettivamente dalle lettere b, c, d, e, f, g, h.

     Il fatto più sorprendente per gli scopritori e per la comunità scientifica è la somiglianza di tre di questi alla Terra: rocciosi, un po’ più piccoli, ad una distanza compatibile con eventuali forme di vita. Non forme di vita evolute, su questo bisogna essere chiari. Sulla Terra sono stati necessari almeno 3,7 miliardi di anni per passare dalle primitive forme di vita microbiche alla complessità di quelle attuali. Sul sistema planetario Trappist-1 che ha solo 500 milioni di anni potrebbero esserci forme di vita, ma primitive. Per capirlo però serviranno almeno una decina di anni di osservazioni e decifrazioni di dati, da ricavare con altri telescopi, come il James Webb Space Telecope che sostituirà il vecchio Hubble. Bisogna definire la composizione chimica della loro atmosfera, ammesso che ne possiedano, la presenza di acqua liquida, ammesso che ci sia, e poi individuare eventuali molecole organiche. Insomma, un impegno entusiasmante a lungo termine ma senza certezze.

Video/animazione: NASA & TRAPPIST-1: A Treasure Trove of Planets Found.

Nelle immagini: un generico riferimento ai pianeti Trappist e, sotto, il doodle della pagina principale Google di ieri dedicato alla scoperta.

La rosa dei venti

     Nel periodo invernale sono pioggia e soprattutto vento gli elementi naturali che mancano alle città della Pianura Padana, tanto che la concentrazione di inquinanti nelle aree urbane ha raggiunto valori così elevati che hanno comportato richiami ufficiali da parte dell’Unione Europea. Non consola il fatto che i richiami riguardano anche altri Paesi. Ma cosa sono questi venti tanto desiderati, che ci consentirebbero di respirare meglio e ammalarci di meno?

     I venti sono masse d’aria che si spostano da zone dall’atmosfera terrestre caratterizzate da alta pressione verso zone di bassa pressione. Nei venti si considerano gli spostamenti più o meno paralleli alla superficie terrestre.

     La causa principale della formazione dei venti è il gradiente di pressione, cioè la differenza di pressione esistente tra una massa d’aria anticiclonica (alta pressione) e un’area ciclonica, relativamente vicina, a bassa pressione. Se la differenza di pressione è elevata, la velocità del vento aumenta, se è bassa diminuisce anche la velocità. La velocità si misura con gli anemometri e, insieme ad altri parametri come la direzione, può essere registrata su svariati dispositivi elettronici.

     Non hanno perso il loro fascino gli anemoscopi, le antiche banderuole metalliche dalle forme più varie libere di ruotare su un’asta di sostegno verticale, presenti sulle vecchie case di varie regioni d’Europa. Oppure le maniche a vento presenti sui viadotti autostradali o in alcuni aeroporti. Anemoscopi e maniche a vento svolgono la stessa funzione: forniscono un’indicazione visiva sulla direzione del vento. Nel caso delle maniche, si percepisce in modo empirico e approssimato anche l’intensità del vento.

     Tra gli strumenti utilizzati per individuare la direzione e la provenienza dei venti, c’è la “rosa dei venti” o “stella dei venti”, un diagramma schematico che rappresenta la provenienza dei venti in una data regione. La rosa dei venti presenta quattro punte principali che corrispondono ai punti cardinali:

Nord, N 0°, dal quale spira il vento Tramontana; Sud, S 180°, con il Mezzogiorno o Ostro; Est, E 90°, dal quale spira il Levante; Ovest, W 270°, con il Ponente.

     Di solito sono presenti anche quattro punti intermedi: Nord-Est (NE 45°), dal quale spira il vento di grecale; Sud-Est (SE 135°), dal quale spira il vento di scirocco; Sud-Ovest (SW 225°), con il vento di libeccio; Nord-Ovest (NW 315°), con il vento di maestrale.

     A seconda delle Regioni d’Italia considerate però, la direzione di provenienza dei venti non coincide con quella indicata, soprattutto per le direzioni intermedie. Perché? Perché la rosa dei venti è stata costruita centrata su una determinata e limitata area geografica. Facendo riferimento alla civiltà degli antichi greci, è stata scelta come centro l’isola greca di Zante o Zacinto (la stessa isola alla quale è dedicato uno dei più celebri sonetti di Ugo Foscolo 1778-1827, dove nacque), del gruppo di isole ioniche, posizionata a 37°48′N e 20°45′E. Anche durante il periodo delle Repubbliche marinare, Venezia faceva riferimento alla rosa dei venti centrata su Zante. Ma non mancano anche altri riferimenti: Malta per alcuni, Creta oppure il centro del Mar Ionio (dove si considera?) per altri. Proprio facendo riferimento a Zante come centro, o ad una delle altre due isole, che la rosa dei venti assume un significato abbastanza preciso.

     La tramontana spira da nord, cioè dal nord della Grecia o dall’Albania; il Grecale proviene dalla Grecia; il Levante da oriente; lo Scirocco dalla Siria; il Mezzogiorno da Sud; il Libeccio da Sudovest, cioè dalla Libia; il Ponente da occidente; il Maestrale da Nordovest.

     I venti e la loro conoscenza sono fondamentali per la navigazione a vela e per il volo degli aerostati, incidendo fortemente sulle barche a vela, sulla sicurezza della navigazione e determinando in modo esclusivo la direzione degli aerostati, privi di un timone. Essendo formati da masse d’aria in movimento, a seconda delle nuvole e del vapore acqueo che trasportano, i venti determinano anche il bello o il cattivo tempo unitamente ad altri parametri meteorologici, soprattutto pressione, temperatura e umidità.

Crediti immagini: www.greekferries.gr e fiorirosafioridipesco.iobloggo.com .

Video: La rosa dei venti in Italia (3 min); Il Meteo Reporter (1 min); Scuola Nautica Spotornoli (3 min).

Spiaggiamenti di cetacei

     Ieri in Nuova Zelanda c’è stato l’ultimo episodio di spiaggiamento di cetacei di vaste proporzioni, riportato da tutti i media e che ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Uno spiaggiamento che ha coinvolto oltre quattrocento cetacei e, per il numero di individui coinvolti, rappresenta l’episodio più grave che si conosca. Si tratta di globicefali, cetacei della famiglia dei delfinidi ma di maggiori dimensioni e simili a piccole balene.

     I cetacei sono un ordine di mammiferi acquatici che comprendono capodogli, balene, delfini e focene, sicuramente derivati da mammiferi terrestri durante il Terziario (o Cenozoico) iniziato circa 65 milioni di anni fa. Si sono adattati alla vita acquatica grazie a diverse modificazioni delle strutture corporee dei loro antenati, due in particolare: il corpo è diventato più affusolato ed idrodinamico, la coda e gli arti anteriori sono diventati pinniformi, perciò adatti al nuoto. Con i mammiferi terrestri condividono la respirazione polmonare e soprattutto l’allattamento dei piccoli nati, che sono immediatamente in grado di nuotare.

     L’episodio di spiaggiamento in Nuova Zelanda ha attirato centinaia di soccorritori e volontari che sono riusciti a riportare verso il mare aperto circa la metà dei globicefali, con l’aiuto dell’alta marea. Ma alcune decine sono nuovamente ritornati verso la spiaggia, “traditi” dalla loro socialità che tende a portarli vicino ai loro compagni. L’operazione di salvataggio di cetacei di grandi dimensioni è difficile perché vanno sollevati e trasportati verso l’acqua alta e non trascinati. Inoltre se non c’è almeno un leader o un capobranco del gruppo tra quelli che si salvano, gli altri tendono a ritornare verso la spiaggia purtroppo.

     Sulle cause degli spiaggiamenti non ci sono certezze e le teorie sono diverse. In qualche caso può dipendere da patologie e disorientamento del capobranco che guida gli altri verso la costa con le acque basse, magari in cerca di un appoggio per poter respirare meglio, senza essere poi in grado di riprendere il largo, soprattutto se subentra la bassa marea. Molti studiosi invece ritengono che le cause prevalenti debbano essere ricercate in anomalie del campo magnetico terrestre, al quale sono molto sensibili, causate da fenomeni naturali (ad esempio intense tempeste solari) o da attività umane come la pesca d’altura che impiega in modo massiccio sofisticate tecnologie che emettono onde elettromagnetiche per individuare i branchi di pesci. Secondo altri, sul disorientamento di questi mammiferi influiscono anche o soprattutto le tecniche geognostiche di individuazione dei depositi sottomarini di idrocarburi.

     La stragrande maggioranza degli spiaggiamenti avviene lungo le coste oceaniche, ma non mancano negli altri mari. In Italia gli spiaggiamenti (anche di animali già morti) sono monitorati dal Centro Studi Cetacei, operativo dal 1985, della Società Italiana di Scienze Naturali. Sul sito del Centro Studi Cetacei Onlus ci sono schede per segnalare avvistamenti di cetacei e tartarughe spiaggiati. Siamo l’unico Paese europeo ad avere un servizio di monitoraggio dedicato agli spiaggiamenti in collaborazione con la Marina Mercantile, i cittadini e le Capitanerie di Porto, che controllano le migliaia di km di coste italiane. Alla fine di ogni anno viene anche pubblicato un consuntivo del lavoro svolto.

Video: Cetacei spiaggiati (RAI, Geo 2015); Nuova Zelanda: 400 balene spiaggiate a riva (You Reporter).

Crediti immagine: USA Today.