90 anni fa il dirigibile Norge sorvolò il Polo Nord

     Il 12 maggio del 1926, esattamente novant’anni fa il dirigibile Norge sorvolò il Polo Nord. Il Norge partì il 10 aprile 1926 dall’aeroporto Ciampino di Roma con la spedizione, ideata dall’italiano Umberto Nobile e dall’esploratore svedese Roald Amundsen, e dopo oltre un mese di viaggio con tappe in Inghilterra, Russia, Norvegia e isole Svalbard finalmente sorvolò la calotta polare artica in corrispondenza del Polo Nord. Era la prima volta che l’uomo raggiungeva il Polo Nord, prima c’erano stati tentativi infruttuosi via mare con le navi. Anche l’ultima zona inesplorata e sconosciuta del pianeta era stata raggiunta. Due giorni dopo il successo della spedizione, finanziata anche dal governo italiano, il Norge arrivò in Alaska e l’impresa ebbe grande risonanza sui mezzi di comunicazione internazionali dando prestigio all’Italia, alla sua Aeronautica e allo stesso Nobile.

     L’impresa fu possibile con un volo ininterrotto di oltre 5300 Km, dalle isole Svalbard all’Alaska e, successivamente, fu seguita da una controversia tra Nobile e Amundsen per stabilire chi avesse i meriti maggiori del successo della trasvolata.

     Nel 1928 ci fu una seconda spedizione italiana, condotta da Nobile con il dirigibile Italia che ripeté l’impresa partendo da Milano, attraversando altri Paesi europei e con la solita ultima tappa alle Svalbard. Durante il percorso di ritorno, prima delle Svalbard, il dirigibile Italia si schiantò sui ghiacci a causa di una forte tempesta. Ci furono morti e feriti, alcuni scomparvero senza essere mai più ritrovati. Nacque l’eroica storia della tenda rossa.

Per saperne di più: Dirigibile Norge; Umberto Nobile; Esplorazione dell’Artide;

Vari video storici:

Nobile e la tenda rossa (RAI Storia);

La tenda rossa (Ministero Difesa);

Colonna sonora“La tenda rossa” di Ennio Moricone; Semplicemente stupenda.

Video breve: La partenza del dirigibile Norge (RAI Storia);

Video: Amundsen e Nobile (1);

Video: Amundsen e Nobile (2).

Crediti immagini: https://it.wikipedia.org/wiki/Artide ; www.ilvideogiornale.it .

Transito di Mercurio davanti al Sole

     Il transito di ieri di Mercurio davanti al Sole non era osservabile dall’Italia centro-settentrionale a causa della copertura nuvolosa e delle piogge. Dal resto d’Italia sono state fatte foto e riprese video. Il fenomeno c’era stato dieci anni fa e si ripeterà tra tre anni.

     Le piccole dimensioni del pianeta lo fanno assomigliare ad un neo sulla superficie del Sole, ma Mercurio dista dal Sole in media 59 milioni di Km circa (la Terra è a 150 milioni di Km dal Sole). Proprio per le dimensioni, il diametro di Mercurio ci appare come 1/160esimo di quello solare, per osservarlo è necessario un telescopio. Naturalmente provvisto di opportuni filtri.

     Il transito di Mercurio davanti al Sole, visto dalla Terra, non è frequente: capita 13-14 volte ogni secolo, ma una visione prolungata e favorevole come quella di ieri si ripeterà tra 50 anni.

Sulle caratteristiche di Mercurio, vedi: Mercurio fotografato da Messenger.

Video Media INAF:

Transito di Mercurio (accelerato), ripreso dall’Istituto INAF di Napoli;

Live Transito di Mercurio (I parte): https://www.youtube.com/watch?v=7iGpeoIubLQ

Live Transito di Mercurio (II parte): https://www.youtube.com/watch?v=Ld24bV8l14Q

Nell’immagine (crediti: NASA) la scarsa curvatura della superficie solare mostra l’enorme differenza tra le dimensioni del piccolo Mercurio e il Sole.

Transiti degli ultimi decenni: 14/11/1953; 6/5/1957; 7/11/1960; 9/5/1970; 10/11/1973; 13/11/1986; 6/11/1993; 15/11/1999; 7/5/2003; 8/11/2006; ieri 9/5/2016.

Transiti dei prossimi decenni: 11/11/2019; 13/11/2032; 7/11/2039; 7/5/2049; 9/11/2052; 10/5/2062; 11/11/2065; 14/11/2078.

Come si vede, i transiti davanti al Sole osservabili dalla Terra possono avvenire solo in maggio oppure in novembre.

L’erosione delle coste, la sua gestione e le formazioni prodotte

     L’erosione delle coste nel corso del tempo, da una parte ha prodotto paesaggi bellissimi e spettacolari, dall’altra ha creato problemi alle popolazioni e alla gestione del territorio costiero.

     Le coste, zone di confine fra terre emerse e mare, sono soggette al moto ondoso e ai fenomeni di flusso e riflusso di marea. Per questa azione modellatrice sia fisica che chimica del mare, le coste sono ambienti dinamici in perenne trasformazione. Per comodità e motivi di studio, gli studiosi distinguono le coste alte con le loro morfologie (scogli, grotte, falesie, archi) dalle coste basse, caratterizzate prevalentemente da spiagge, tomboli e lagune.

     Nel primo caso, l’azione disgregatrice sulle rocce è causata dai frangenti che si abbattono incessantemente in modo più o meno violento sulle coste. Col tempo vengono asportati dalle pareti rocciose frammenti di varie dimensioni, si allargano le fratturazioni e i detriti prodotti scagliati a loro volta alla base delle pareti che li hanno originati, contribuiscono all’azione abrasiva. A quest’azione meccanica si aggiunge quella chimica causata dalla salinità delle acque su molti tipi di rocce, soprattutto calcaree, e quella di organismi “perforatori” come i litodomi.

     I risultati di quest’azione costiera sono spesso spettacolari: oltre alla formazione di promontori e insenature dovuti alla diversa resistenza delle rocce all’erosione, si formano grotte, scogli o faraglioni, archi naturali. In Italia, esempi di queste morfologie costiere sono: i Faraglioni di Capri; le grotte del Gargano tra Peschici, Vieste e Mattinata; le grotte del Salento, fino a Santa Maria di Leuca; le numerose grotte della Sardegna, come quelle del Bue Marino; gli archi naturali, di Palinuro, Tavolara; le falesie costiere del Friuli Venezia Giulia, quelle della Costiera Amalfitana.

     Nelle coste basse l’azione erosiva è meno intensa e spesso prevale il deposito di sedimenti anziché l’azione erosiva di onde, correnti e maree. In questi casi le formazioni più diffuse sono le spiagge, di varie tipologie a seconda della granulometria dei depositi: spiagge di sabbia fine o grossolana o anche di ciottoli. Le sabbie sono composte prevalentemente da silice e possono essere locali o provenire da altri tratti di litorale. Una caratteristica dei ciottoli è quella di essere levigati e piatti, a causa dell’azione dei frangenti e della risacca. TripAdvisor ha selezionato le 10 spiagge più belle d’Italia per il 2016. Ma lungo le coste basse non ci sono solo spiagge. Ci sono tomboli o cordoni litoranei che delimitano lagune famose (Venezia, Caorle, Orbetello, Grado).

     Per approfondire, vedi la pubblicazione “Morfologia costiera” di Giuliano Rodolfi e Enzo Pranzini dell’Università degli Studi di Firenze.

     In molte coste italiane, ad esempio quella adriatica, l’erosione è tale che mette a rischio le abitazioni costiere, le strade, le linee ferroviarie. Spesso oltre alle cause naturali di questo fenomeno, c’è stata la mano dell’uomo: gran parte delle spiagge sono costituite da sabbia portata dai fiumi e la modifica del regime naturale di queste acque ha ridotto l’apporto di sedimenti verso le coste. Senza contare il prelievo diretto che c’è stato in passato della sabbia dalle coste e quello attuale della sabbia fluviale. Nelle zone interessate, per ridurrei danni economici legati alla riduzione della spiaggia, si è intervenuti con scogliere artificiali frangiflutti e con “pennelli” (argini in cemento disposti perpendicolarmente alla linea di costa). Ma non sempre è bastato.

     Per gestire il fenomeno dell’erosione costiera e arrivare a linee guida nazionali sul problema, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il mese scorso ha avviato la costituzione di un Tavolo Nazionale sulla Erosione Costiera. Oltre all’elaborazione di linee guida nazionali che armonizzino gli studi e gli interventi nelle varie Regioni costiere italiane, lo scopo è anche quello di sviluppare attività di collaborazione con altri Paesi del Mediterraneo. La settimana scorsa sul problema c’è stato anche un seguitissimo convegno organizzato dall’ISPRA (http://www.isprambiente.gov.it/it).

     Immagini (selezionarle per ingrandirle): 1. Laguna di Orbetello e Monte Argentario (crediti: siviaggia.it ); 2. Arco naturale Gargano (crediti: www.italia.it ); 3. Faraglioni di Capri (crediti: www.capri.it ); 4. Grotta Zinzulusa in Puglia (crediti: www.meteoweb.eu ). .

Video: I Faraglioni di Capri; Grotte del Bue Marino; Laguna di Venezia dall’elicottero; Costa Sud del Gargano;

Giornata della Terra 2016

     L’evento che si ripete ogni anno dalla prima edizione del 1970, ormai coinvolge 192 Paesi e si celebra oggi 22 aprile. La manifestazione è la più grande del pianeta a carattere ambientale e si propone soprattutto di informare ed educare alla salvaguardia della Terra. Si tratta di un’occasione per ripresentare, con un’efficacia comunicativa sempre maggiore, i principali problemi del nostro pianeta: sfruttamento di risorse ed energia non rinnovabili, conservazione della biodiversità animale e vegetale, temperatura in aumento di atmosfera ed idrosfera, riciclo dei materiali, sviluppo sostenibile, una chimica rispettosa dell’ambiente e della salute delle persone.

     La giornata della Terra è un propulsore per le tante associazioni ambientaliste e per le manifestazioni che organizzano a vari livelli: locale, regionale, nazionale, internazionale. Con la diffusione di internet la manifestazione coinvolge in modo diretto o indiretto o raggiunge solo a scopo educativo e informativo almeno un miliardo e mezzo di persone.

     Nella sede dell’ONU, 165 capi di stato e di governo firmeranno l’accordo che è stato raggiunto al COP21 di Parigi lo scorso dicembre (vedi anche: Capacità dei vari Paesi di rispettare gli impegni sul clima).  

     Per saperne di più: Earth Day Italia; Giornata della Terra (Focus); Perché la giornata della Terra (La Stampa); Giornata della Terra, perché è oggi (Wired).

Video: Pubblicazioni Rosaluce; Il mio canto libero.

Monitoraggio delle foreste

     Presso l’Università del Maryland (Washington DC, USA) è stato sviluppato e implementato il Progetto Global Watch Foresta, un sistema per tenere d’occhio in tempo quasi reale le foreste del mondo. Il sistema è aperto alla collaborazione di attivisti delle varie parti del pianeta. Iscrivendosi al sito http://www.globalforestwatch.org/ (è possibile selezionare una delle varie lingue), ma anche senza iscrizione, si possono segnalare cambiamenti della copertura forestale di una determinata zona oppure si possono ricevere i dati (open data) sulla copertura forestale delle aree di proprio interesse presenti nel sistema.

     Ad esempio, selezionando un Paese è possibile una visualizzazione da satellite (Landsat) della sua perdita di copertura arborea. Per una visione più accurata si può intervenire sullo zoom e con un diverso colore (indaco) si possono individuare gli aumenti della copertura forestale riferiti agli ultimi anni.

     Ma Global Watch Foresta è anche molto altro. Permette di monitorare l’uso del suolo, la conservazione delle aree protette, visionare le storie degli utenti caricate in rete, … Altre sezioni consentono di rimanere informato per mezzo di blog, newsletter e pubblicazioni, oppure di mettersi in gioco contribuendo con una app o migliorando/aggiornando i dati.

     Chi è interessato alle statistiche ad esempio può scaricare quelle relative alla copertura forestale, dove si trovano quelle dell’Italia suddivise per Regione e per anno dal 2000 al 2014. Ad esempio la copertura arborea del suolo relativa al 2000, ci mostra gli estremi del Trentino con una copertura del 55% e quello della Puglia con una copertura del 8%.

     Non meno importanti sono le sezioni relative agli incendi e al clima, sempre suddivise per Paese. I vari dati si possono scaricare o visualizzare liberamente e ciascuno può contribuire ad aggiornarli. I nuovi dati inseriti, dopo controlli incrociati che sfruttano anche i satelliti Landsat, si aggiungeranno al data base di Global Watch Foresta.

     L’idea di utilizzare le immagini da satellite integrate con le informazioni fornite dalle popolazioni che si trovano sul posto, oltre a migliorare il servizio di monitoraggio e mantenerlo aggiornato, è certamente ottima anche sul piano educativo e per la prevenzione dei grandi illeciti ambientali.

Crediti: http://www.globalforestwatch.org/

Parco del Po e della Collina Torinese

     Lo scorso anno l’Italia aveva fatto tredici. Qualche settimana fa da tredici si è passati a quattordici: sono diventate 14 le Riserve della Biosfera dell’UNESCO localizzate in Italia. L’ultimo riconoscimento ha riguardato il Parco “Po e Collina Torinese”, assegnato durante la quarta edizione del MaB (Man and Biosphere), Congresso Mondiale UNESCO per le Riserve “Uomo e Biosfera”.

Le Riserve della Biosfera italiane sono, in ordine cronologico rispetto al loro riconoscimento:

- Circeo (Lazio) 1977
- Collemeluccio-Montedimezzo (Molise) 1977
- Miramare (Friuli Venezia Giulia) 1979
- Cilento e Vallo di Diano (Campania) 1997
- Somma-Vesuvio e Miglio d’Oro (Campania) 1997
- Valle del Ticino (Lombardia-Piemonte) 2002
- Arcipelago Toscano (Toscana) 2003
- Selva Pisana (Toscana) 2004
- Monviso (Piemonte) 2013
- Parco Nazionale della Sila (Calabria) 2014
- Parco del delta del Po (Emilia Romagna – Veneto) 2015
- Appennino Tosco-Emiliano (Toscana – Emilia) 2015
- Alpi Ledrensi e Judicaria (Trentino-Alto Adige) 2015
- Po e Collina Torinese (Piemonte) 2016.

     Il riconoscimento è molto significativo perché è il primo in Italia ad essere in un’area metropolitana fortemente antropizzata, con oltre un milione e mezzo di abitanti. L’interesse naturalistico del Parco Po e Collina è elevato sia per la ricchezza delle acque, nell’area c’è la confluenza di tre fiumi: Po, Stura di Lanzo e Dora Riparia, sia per le colline ricche di boschi e fauna (Parco della Confluenza).

     Il Parco Po e Collina Torinese si estende su un’area di oltre 170.000 ettari, acque comprese, che offre occasioni di miglioramento della qualità della vita dei cittadini dell’area metropolitana interessata promuovendo attività legate allo sport e alla salute. Ma anche le attività economiche, agricole e quelle legate alla cultura e all’enogastronomia stanno diventando sempre più rilevanti. Sono numerosi gli itinerari di visita e i servizi proposti per l’educazione ambientale rivolti alle scuole.

     Questo ambìto riconoscimento assegnato il 19 marzo scorso a Lima (capitale del Perù) è anche un forte stimolo per gli amministratori e l’Ente di gestione per preservare e migliorare l’ambiente dell’area, anche perché ogni dieci anni è previsto un report di verifica degli standard richiesti per l’appartenenza alle Riserve della Biosfera.

Per saperne di più: http://www.parchipocollina.to.it/ . I principali punti di interesse.

Nell’immagine: una veduta aerea della confluenza della Stura di Lanzo nel Po e della Riserva del Meisino. Crediti: www.parks.it

Il mondo di Steve McCurry a Venaria

     Un’antologia narrativa per immagini. Questo ed altro è la mostra che da oggi è visitabile alla Reggia di Venaria Reale. Immagini sulle popolazioni di vari continenti, anche e soprattutto afgane, che nel bene e nel male hanno lasciato un segno nella seconda metà del ’900, come la celebre “ragazza dagli occhi verdi”, uno dei simboli del National Geografic.

     In un altro post mi sono già occupato di questo fotografo americano: Prestigiosa National Geografic Society. Ma “Il mondo di Steve McCurry”, che ha aperto oggi nella Citroniera della Venaria Reale e che sarà visitabile fino al 25 settembre 2016, è la più ampia dedicata al fotografo. Si tratta di 275 scatti realizzati in varie parti del mondo (Stati Uniti, India, Giappone, Cuba, Italia, Afghanistan, Brasile, vari Paesi africani, …) che hanno per tema la sofferenza, la bellezza, i drammi e la spensieratezza di singole persone e gruppi di varie etnie e culture. Esempi di vite al lavoro, in viaggio, in guerra. O semplicemente sguardi e ambienti, visti con gli occhi e catturati con gli strumenti di un professionista dell’immagine.

     Per saperne di più, anche per l’eventuale visita: Il mondo di Steve McCurry. La Venaria Reale. Nell’immagine: un tratto della Galleria di Diana alla Venaria Reale; crediti: http://www.lavenaria.it/web/ .

Ignaz P. Semmelweis e la febbre puerperale

     Tanti di noi, probabilmente milioni di persone, soprattutto molte donne gli devono la vita. Ignaz Philipp Semmelweis (Budapest 1818 – Vienna 1865) era un medico ungherese che nella metà del 1800 lavorava presso l’Ospedale Generale di Vienna. Allora la percentuale di donne morte di parto e soprattutto per la febbre successiva al parto (febbre puerperale) era elevatissima: fino al 30%.

     Da buon osservatore oltre che buon medico, Semmelweis annotò per anni i dati e le condizioni in cui si verificavano le morti delle puerpere e osservò che in un reparto la mortalità era molto bassa rispetto alla media. Si trattava di un reparto in cui non c’erano ammalati né medici, ma le partorienti erano accudite solo ostetriche. Negli altri reparti invece i medici praticavano sia con ammalati che con le partorienti e addirittura alcuni, per lo studio e l’insegnamento, si occupavano di dissezione di cadaveri. Il concetto di igiene a quei tempi era quasi inesistente e non ci si preoccupava di lavare bene le mani e ancor meno di disinfettarle o disinfettare gli strumenti.

     Applicando il metodo sperimentale in campo biologico, Semmelweis ipotizzò che la febbre puerperale che colpiva le donne, dopo il parto normalissimo e dopo che erano entrate in ospedale in buona salute, fosse dovuta alla trasmissione di qualche malattia dalle mani sporche dei medici. Per verificare la sua ipotesi sperimentalmente, divise le partorienti del suo reparto in due gruppi: in uno i medici potevano continuare a comportarsi come avevano sempre fatto (gruppo di controllo); nell’altro impose rigide regole sulla pulizia delle mani con soluzioni a base di cloruro di calcio, prima di assistere le partorienti (gruppo sperimentale). Il risultato fu sorprendente, con una diminuzione delle febbri puerperali e dei decessi fino a dieci volte, dal 30% al 3%, solo nel secondo gruppo.

     Purtroppo la brillante intuizione e l’ottima dimostrazione scientifica non bastarono. I suoi colleghi e la comunità scientifica del tempo non accettarono che potesse esserci qualche collegamento tra la febbre puerperale e la conseguente morte della puerpera e le mani sporche dei medici. Pubblicò i suoi dati e i risultati in varie tappe, soprattutto nel volume “Eziologia, concetto e profilassi della febbre puerperale”. Semmelweis ebbe la vita dura per qualche anno e poi fu licenziato e rinchiuso in manicomio, dove morì.

     Nella maggior parte dei casi la strage di donne dopo aver partorito continuò per decenni, anche se qualche medico più aperto e illuminato probabilmente comprese e mise in atto le idee e le dimostrazioni di Semmelweis. Il medico ungherese venne “riabilitato” solo dopo le sperimentazioni e le scoperte di una altro grande della chimica e della biologia: Louis Pasteur, padre della microbiologia e batteriologia moderna. Pasteur dimostrò che varie malattie erano causate da invisibili microrganismi e diede contributi determinanti allo sviluppo dei primi vaccini. Oggi l’antisepsi (l’insieme dei metodi fisici e chimici utilizzati per distruggere microrganismi patogeni, per disinfettare, sterilizzare) è pratica comune e consolidata, e al suo scopritore, allo sfortunato Ignaz Semmelweis, in vita privato quasi di tutto, oggi deve andare il riconoscimento di tutti noi.

Per saperne di più:http://www.treccani.it/scuola/lezioni/in_aula/fisica/storia_scienze/4.html

La triste storia di Ignaz Semmelweis (Dropsea blog). Aula di Scienze della Zanichelli: Semmelweis, storia di un incompreso.

Sceneggiato RAI del 1981: Semmelweis. Parte 1; Parte 2; Parte 3; Parte 4. Regia di G. Bettetini (naturalmente in bianco e nero).

Crediti immagine antiseptic: kidcyber.com.au .

ExoMars è partita

     Qualche ora fa in Kazakistan, dalla base di lancio di Baikonur, è partita la missione ExoMars con destinazione Marte. ExoMars è una missione tutta europea, con una rilevante partecipazione economica e tecnologica italiana. L’obiettivo è quello di effettuare analisi sull’atmosfera marziana e sul suolo per verificare la presenza di composti organici. Il nome della missione deriva da Exobiology (vita fuori dal nostro pianeta) e Mars (Marte). Una missione che prevede anche la discesa sul pianeta del lander Schiaparelli per verificare se anche l’Europa ha acquisito competenze e conoscenze tecnologiche tali da permetterle di inviare moduli più organizzati e in grado di fare ricerche su un altro pianeta.

     Se tutto andrà bene, nel 2018 su Marte arriverà un rover in grado di spostarsi in precise posizioni ed effettuare perforazioni del suolo e analisi dei materiali per ricavare notizie su eventuali forme di vita passate o presenti.

     La missione comprende anche la sonda TGO (Trace Gas Orbiter) che orbiterà intorno a Marte facendo da tramite tra la Terra e Schiaparelli che sarà sul suolo marziano. Il nome del lander Schiaparelli è in onore all’astronomo italiano e piemontese Giovanni Schiaparelli (1835-1910) noto soprattutto per i suoi studi sul pianeta rosso e per la scoperta dei famosi “canali” che alcuni interpretarono erroneamente come costruzioni di forme di vita “marziane” intelligenti. L’astronomo dedicò a Marte tre dei suoi volumi: “Il pianeta Marte”, “La vita sul pianeta Marte” e nuovamente “Il pianeta Marte” nel 1909.

     Il lancio di questa mattina è stato coordinato dall’Agenzia Spaziale Russa che ha utilizzato un razzo Proton-Breeze a tre stadi. Stasera alle 22,30 circa ci sarà il primo segnale della sonda verso la Terra e indicherà se tutto procede regolarmente e se la traiettoria è stata impostata correttamente. Se tutto procederà regolarmente, la sonda arriverà intorno a Marte tra sette mesi: il 19 ottobre. Le Agenzie spaziali di vari Paesi, soprattutto quella europea (ESA) e quella italiana (ASI) stanno monitorando il viaggio. La guida di questa missione e di quella del 2018 è stata affidata alla Thales Alenia Space Italia e alla sua sede di Torino.

     Per saperne di più: Un italiano alla guida di ExoMars (Media INAF); ExoMars impacchettato e pronto per la partenza (Focus.it); ExoMars è partita oggi (Il Post).

Vari video: ExoMars Launch.

Nell’immagine: il distacco della sonda Schiaparelli dal TGO (da un’animazione ESA).

Proxima Centauri, la vicina del Sole

11 Marzo 2016 Commenti chiusi

     Insignificante. Così definiremmo questa stella se si trovasse in qualunque altro posto tra i 200 miliardi (circa) di stelle che formano la Via Lattea. Invece la sua posizione, a soli 4,24 anni luce di distanza da noi, la rendono speciale: è la stella più vicina al Sole, al nostro Sistema Solare. Almeno per adesso, per effetto della sua orbita intorno alle sorelle di maggiori dimensioni.

     Scoperta cento anni fa, il 12 ottobre 1915 in Sud Africa, dall’astronomo scozzese Robert Innes presso l’ Union Observatory di Johannesburg, Proxima Centauri è la più piccola delle tre stelle conosciute nel sistema di Alpha Centauri. Le sue compagne sono Alfa Centauri A e Alfa Centauri B, due delle stelle più brillanti del cielo australe.

     Proxima Centauri è una nana rossa, molto più piccola del Sole (circa un decimo) e con una temperatura superficiale più bassa: circa 3500 kelvin, inserita nella classe spettrale M. Le sue compagne invece hanno dimensioni paragonabili a quella del Sole. Nell’immagine in basso, le dimensioni di Proxima Centauri rispetto al Sole e ad Alfa Centauri A e B. Crediti: newworldslive.blogspot.com .

     Per la sua vicinanza, si conoscono molti parametri di questa stella: massa, densità , diametro, luminosità, campo magnetico, … Viene definita stella variabile a brillamento, perché è caratterizzata da saltuari e improvvisi brillamenti e perché varia la sua luminosità ogni tre giorni circa. Un’altra caratteristica di questa vicina del Sole è la sua bassa produzione di energia che le consentirà di rimanere nella sequenza principale del diagramma HR per un tempo enorme: almeno cento volte l’età attuale dell’Universo conosciuto.

     Poiché Alpha Centauri è il sistema stellare più vicino al nostro, sono in atto diverse ricerche per individuare i suoi pianeti e verificare se le loro caratteristiche sono compatibili con la vita. Per ora è stato individuato il pianeta extrasolare più vicino al nostro, orbita intorno ad Alfa Centauri B, ma è troppo vicino alla stella perciò ha una temperatura troppo elevata per poter ospitare la vita.

     Per le loro dimensioni e la bassa temperatura superficiale, le nane rosse hanno una debole luminosità perciò anche se molto vicina, la più vicina a noi, Proxima Centauri non è visibile a occhio nudo.A causa della sua piccola massa, la struttura interna di Proxima è costituita interamente da una zona convettiva, che provoca un movimento di energia dall’interno all’esterno soltanto tramite un movimento fisico del plasma, anziché attraverso una zona radiativa; ciò implica che l’elio prodotto dalla fusione nucleare dell’idrogeno non si accumula nel nucleo, ma viene messo in circolo in tutta la stella. [Wikipedia].

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