La banca dei semi alle Svalbard

L’arcipelago delle Svalbard si trova all’interno del circolo polare artico ed è stato scelto alcuni anni fa come “Deposito globale di sementi del Pianeta” (Global Seed Vault). Lo scopo del deposito, situato a circa 1.200 km dal Polo Nord, è quello di garantire la conservazione dei semi di almeno i principali tipi di piante della Terra. La costruzione iniziò nel 2006 e, ultimato, ha l’aspetto di un bunker in calcestruzzo armato e acciaio, adatto a resistere alle peggiori calamità ambientali o a quelle causate dall’uomo: fino ad un’esplosione nucleare ravvicinata.

     Il Deposito è stato costruito, finanziato ed è gestito dal governo norvegese, ma per la parte tecnico-scientifica è intervenuto il Fondo mondiale per la diversità delle colture. Il Fondo di Bill & Melinda Gates (quello della Microsoft) è intervenuto per assistere finanziariamente le nazioni in via di sviluppo per la confezione, l’invio e il trasporto dei semi al deposito.

     L’attenzione è stata concentrata inizialmente sulle 21 colture (con le diverse varietà) più importanti per l’alimentazione della popolazione del Pianeta: riso, frumento, patate, mais e così via. In un secondo momento si sono aggiunti altri semi: 500 milioni di tipi diversi, anche i più rari presenti solo in poche zone della Terra.

     Si tratta di una vera e propria banca dei semi, proprietaria della struttura e delle singole “cassette di sicurezza”, mentre i Paesi che li hanno portati sono proprietari dei semi (sigillati) in esse contenuti ad una temperatura di circa -18 °C.

     Per saperne di più: La cassaforte mondiale dei semi. Video: Deposito Globale per le sementi delle Svalbard, in Norvegia. L’Arca dei semi (Giulio Salvador). Viaggio fotografico alle isole Svalbard (rberetta 100).

Il batteri più pericolosi secondo l’OMS

 

Antibiotici: belli, invitanti ma potenzialmente pericolosi. Da utilizzare solo se prescritti dal medico.

     Meno di un anno fa, alla vigilia del G20 di Berlino di marzo 2017, l’Organizzazione Mondiale della Sanità per richiamare l’attenzione sul grave problema della diffusione del fenomeno della resistenza batterica agli antibiotici, pubblicava la lista dei dodici tipi di batteri più pericolosi per l’uomo. Questo per spingere la ricerca verso nuovi tipi di antibiotici e per sollecitare la popolazione e la comunità dei medici ad un utilizzo “oculato”, mirato e attento degli antibiotici, solo nei casi di effettiva necessità, in considerazione dell’elevata capacità di modificazioni geniche dei batteri che ne sviluppano la resistenza. Il problema è aggravato dall’uso di antibiotici a scopo preventivo negli allevamenti intensivi (bovini, suini, avicoli soprattutto) da carne.

     L’elenco è diviso in tre categorie di batteri, a seconda dell’urgenza e della necessità di nuovi antibiotici. Si hanno così le tre priorità: fondamentale, elevata, media.

     Appartengono al primo gruppo, i più pericolosi perché resistenti a molti antibiotici: Acinetobacter, Pseudomonas e batteri della famiglia delle Enterobacteriaceae (Klebsiella, E. coli, Serratia e Proteus). Resistenti a più farmaci, possono causare infezioni gravi o mortali, spesso anche in ospedali e case di cura. Seguono gli altri due gruppi.

Ecco l’elenco segnalato dall’OMS:

Priorità fondamentale

Acinetobacter baumannii, resistente ai carbapenemi

Pseudomonas aeruginosa, resistente ai carbapenemi

Enterobacteriaceae*, resistente ai carbapenemi , resistenti alle ciclosporine di 3a generazione.

Priorità elevata

Enterococcus faecium, resistente alla vancomicina

Staphylococcus aureus, resistente alla meticillina, intermediato e resistente alla vancomicina

Helicobacter pylori, resistente alla claritromicina

Campylobacter, resistente ai fluorochinoloni

Salmonella spp., resistente ai fluorochinoloni

Neisseria gonorrhoeae, resistenti alle ciclosporine di 3a generazione, resistente ai fluorochinoloni.

Priorità media

Streptococcus pneumoniae, non suscettibile alla penicillina

Haemophilus influenzae, resistente all’ampicillina

Shigella spp., resistente ai fluorochinoloni.

Il documento completo dell’OMS con le raccomandazioni del gruppo di lavoro. Crediti: https://amr-review.org/ ; http://www.who.int/en/ .

Considerando che quest’inverno, solo in Italia, l’influenza ha colpito alcuni milioni di persone, più degli altri anni, e che spesso è stata accompagnata da complicanze batteriche che nei casi più gravi hanno provocato il decesso dei pazienti, bisognerebbe dare il giusto rilievo all’allarme sui batteri resistenti agli antibiotici.

 

Nubi: origine e classificazione

 

Nubi: vista da un aereo

Atlanti e classificazioni delle nubi si trovano in molti siti di meteorologia. Questa breve trattazione perciò non può essere esaustiva e ha solo scopo didattico. Le nuvole con i loro molteplici aspetti modificano il paesaggio e determinano il tempo atmosferico, l’insolazione, la temperatura e l’umidità dell’aria. La prima classificazione delle nubi accettata a livello internazionale dalla maggioranza degli studiosi è stata proposta nel 1891 alla Conferenza Internazionale di Monaco dall’inglese Luke Howard, basata su quattro generi fondamentali con nomi latini: Cirrus, cumulus, stratus, nimbus. I nomi latini indicano le particolari forme che le nuvole assumono: Cirrus significa ciuffo, ciocca di capelli; cumulus indica un mucchio; stratus sta per spargere, coprire; nimbus invece significa nube portatrice di pioggia. Da questi generi fondamentali ne sono derivati altri intermedi, composti dall’unione a coppie dei primi quattro. Perciò ci sono i cirrostrati e i cirrocumuli, gli altostrati e gli altocumuli, i nembostrati, i cumulonembi e così via.

Le nubi si formano per condensazione del vapor acqueo atmosferico intorno a nuclei di condensazione che possono essere polveri o altre particelle microscopiche (pollini, sostanze inquinanti come le anidridi dello zolfo, minuscoli cristalli di sale, …). A seconda della temperatura alla quale si formano o vengono sottoposte, le nubi possono essere costituite da goccioline d’acqua o cristalli di ghiaccio. L’aspetto delle nubi osservate dal suolo invece è determinato prevalentemente, oltre che dalla loro composizione, dalle condizioni atmosferiche che possono essere più o meno stabili e dalla posizione e altezza del Sole rispetto all’orizzonte. 

In relazione all’altezza, si possono avere:

1. Nubi alte, in genere oltre i 6.000 m e fino a 12.000 m circa, costituite da cirri, cirrostrati e cirrocumuli:

2. Nubi medie, che si sviluppano ad un’altezza compresa tra i 2-3.000 e i 6.000 m, costituite da altocumuli, altostrati e dalla parte superiore dei cumulonembi, nubi a sviluppo verticale tipiche del periodo estivo e portatrici di temporali e grandine;

3. Nubi basse, fino ai 2.000 m di altezza, portatrici della maggioranza delle precipitazioni, suddivise in strati, nembostrati, stratocumuli e cumulonembi.

Per saperne di più: Il saturatore, classificazione delle nubi.

http://www.cemer.it/le-nubi-nomenclatura-e-loro-classificazione/

GeoScienza (RAI): Come si formano le nuvole.

Meteorologia.it: Fotoatlante delle nubi. Video YouTube. Crediti immagine “Classificazione”:Meteo Maps

 

CLASSIFICAZIONE ESSENZIALE DELLE ROCCE

Selezionare lo schema per ingrandirlo

I giovani hanno sempre mostrato un grande interesse per l’ambiente naturale. In campo geologico l’interesse maggiore è per i minerali, tanto che alcuni di loro in casa hanno piccole collezioni di esemplari, belli per i colori piuttosto che per le forme geometriche.

     Sui minerali ho scritto in altre occasioni: I cristalli; Mostra “Le vie dell’amianto”; Un nuovo minerale: Hemleyite; Lo zolfo in Sicilia; L’isomorfismo dei minerali. In questo post propongo una mappa semplificata sulla classificazione delle rocce, aggregati di due o, più spesso, molti minerali.

     Le rocce, in quanto associazioni di più minerali, si sono formate a causa di processi naturali e costituiscono la zona più esterna della Terra: la litosfera, interconnessa con l’idrosfera e l’atmosfera. I criteri di classificazione delle rocce possono essere molteplici, quello più seguito considera i processi naturali che hanno portato alla loro formazione. Perciò si hanno: rocce magmatiche, originatesi dal raffreddamento del magma e costituite prevalentemente da silicati; rocce metamorfiche che derivano dalla trasformazione di rocce preesistenti a causa di elevate temperature e forti pressioni; rocce sedimentarie derivanti dalla disgregazione, alterazione di rocce preesistenti e successiva cementazione dei detriti che si originano.

     Lo schema (selezionarlo per ingrandirlo), consente attraverso un’osservazione ad occhio nudo di individuare le principali tipologie di queste rocce: granito (roccia magmatica intrusiva i cui minerali le conferiscono un colore grigio chiaro o rosa picchiettato di nero), gneiss (roccia metamorfica a grana generalmente grossa, con tessitura scistosa e bande chiare alternate a bande scure), porfido (roccia magmatica effusiva composta in prevalenza da quarzo, feldspati e plagioclasi), conglomerati (rocce sedimentarie di origine detritica, costituite da ciottoli più o meno grossi immersi in una pasta fine), calcari (rocce sedimentarie di origine chimica, caratterizzate da un’elevata percentuale di carbonato di calcio, CaCO3), ossidiana (roccia magmatica di colore nero, vetrosa e con tipica frattura concoide), pomici (rocce magmatiche effusive ad aspetto “bolloso” che le rende molto leggere).

Ciascuna di queste tipologie di rocce può essere a sua volta suddivisa in sottocategorie. 

Nuova specie di mammifero: lo scoiattolo meridionale

    In Italia sono presenti alcune specie di scoiattolo. Fino ad alcuni decenni fa si osservava la presenza dello scoiattolo comune europeo (Sciurus vulgaris) in quasi tutte le Regioni, ad esclusione di Sicilia e Sardegna. Uno scoiattolo dal colore rossiccio, perciò detto anche scoiattolo rosso, ma la sua pelliccia tende anche al bruno. Da diversi decenni però sono state introdotte incautamente nuove specie alloctone, soprattutto lo scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis) proveniente dal Nord America, di maggiori dimensioni rispetto a quello rosso e molto invasivo, e lo scoiattolo variabile di origine asiatica (Callosciurus finlaysonii).

     La presenza di queste due ultime specie, soprattutto lo scoiattolo grigio, ha ridotto notevolmente la diffusione e il numero di scoiattoli autoctoni comuni europei anche in Italia. La loro presenza è dimostrata in Piemonte, Lombardia, Liguria e Umbria. Ma io stesso lo scorso inverno e anche qualche settimana fa ho potuto osservare lo scoiattolo grigio di origine americana anche in Campania nella zona di Caianello-Roccamonfina, al confine con Lazio e Molise. Quindi è molto più diffuso di quello che si crede: certamente si trova anche in Lazio e Abruzzo.

In un video del 2015, la lotta per il cibo dello scoiattolo rosso, “attaccato” da due individui della specie grigia al Parco del Valentino di Torino.

     In due Regioni italiane, Calabria e Basilicata, è presente quella che veniva considerata una sottospecie dello Sciurus vulgaris, lo scoiattolo meridionale (Sciurus meridionalis), dal manto nero con il ventre bianco. Lo scorso anno alcuni ricercatori dell’Università dell’Insubria, con uno studio basato soprattutto sui caratteri genetici di queste due tipologie di scoiattoli (vulgaris e meridionalis), hanno scoperto che appartengono a specie diverse e imparentate e non sono una sottospecie l’una dell’altra.

     Una scoperta di non poco conto che conferma la peculiarità dell’ambiente dell’Italia meridionale rispetto al resto d’Europa, con numerose specie animali e vegetali endemiche, cioè presenti solo in quelle zone. Lo scoiattolo meridionale è un esempio di questi endemismi.

     Anche per questa specie, più dello scoiattolo europeo perché ha un areale molto ristretto, si pone il problema della sopravvivenza a causa dell’invadenza e della competizione dell’inarrestabile scoiattolo grigio nordamericano.

Breve video di Giuseppe Cosenza: una coppia di Sciurus meridionalis su Pino loricato del Parco Nazionale del Pollino.

Riferimenti: http://www.italian-journal-of-mammalogy.it/article/view/12015 . http://www.rossoscoiattolo.eu/

Oumuamua: asteroide extrasolare

     Si tratta di un asteroide molto particolare, non tanto per il nome che gli è stato attribuito composto da sei vocali e due consonanti, ma per la sua forma allungata e stretta (è lungo circa 800 m ed ha un diametro medio di circa 150 m, qualcuno lo ha definito asteroide-sigaro) e per la sua misteriosa origine. Il nome Oumuamua è hawaiano e significa “messaggero”. Gli è stato attribuito perché l’asteroide scoperto il 19 ottobre scorso da un osservatorio delle isole Hawaii, sembra provenire dall’esterno del Sistema solare.

     Molti asteroidi si trovano in una fascia ben precisa tra l’orbita di Marte (l’ultimo dei pianeti rocciosi) e quella del gigante Giove (il primo dei pianeti gassosi). Oumuamua proviene da molto lontano: all’inizio delle osservazioni si pensava provenisse dalla Fascia di Kuiper, oltre l’orbita di Nettuno, dove si originano anche molte comete. Questa regione contiene frammenti di corpi celesti (si stimano circa dieci miliardi di oggetti cosmici di varie dimensioni), composti da roccia e ghiaccio, risalenti a circa 4,5 miliardi di anni fa, al periodo di origine del Sistema solare.

     Ma Oumuamua non ha quantità significative di acqua perché durante la sua orbita di avvicinamento al Sole non ha prodotto alcuna scia o coda, come le comete. Le successive osservazioni con il più potente Very Large Telescope (VLT, VLT trailer) dell’ESO, in Cile, hanno permesso di accertare che è un corpo molto denso, composto da metalli e rocce in grado di riflettere i raggi luminosi in modo molto variabile durante il moto di rotazione intorno al proprio asse di circa sette ore.

     Altri calcoli hanno permesso di accertare che si muove lungo la sua orbita ad una velocità di circa 95.000 km orari, Ma il dato più sorprendente deriva dal calcolo della sua orbita: dovrebbe provenire dall’esterno del Sistema solare, dalla direzione della stella Vega (una delle più luminose dell’emisfero boreale) della costellazione della Lyra. Però non proviene dal sistema planetario di Vega che, oltre mezzo milione di anni fa quando si presume che Oumuamua sia passato da quelle parti, non si trovava in quella posizione della Via Lattea. Il Sistema solare potrebbe essere stato il primo sistema planetario ad intercettarlo e non si sa se riuscirà a sfuggire alla sua forza gravitazionale o se ne rimarrà catturato.

MEDIA INAF-TV ha caricato su youtube l’animazione del percorso di Oumuama. Crediti: Media INAF-TV; VLT; Le Scienze.

Orso polare sofferente di Paul Nicklen

     I biologi e fotografi naturalisti Paul Nicklen e Cristina Mittermaier, tra gli altri lavori, hanno documentato con foto e un video la sofferenza e la forte malnutrizione di un orso polare sull’isola canadese di Baffin. I biologi hanno condiviso un post e il video lo scorso 5 dicembre in occasione del lancio del progetto “Tyde” di Sea Legacy e da allora è stato visualizzato da milioni di persone.

     L’areale dell’orso polare, a causa dei cambiamenti climatici che hanno provocato una progressiva riduzione della calotta glaciale artica, negli ultimi decenni si è ristretto notevolmente. In queste condizioni sono molti gli orsi che muoiono di fame ogni anno.

     Alle sofferenze per la scarsità di cibo di centinaia di milioni di persone nelle aree più povere del pianeta, in Africa, Asia e Sudamerica, bisogna aggiungere anche la sofferenza e la scomparsa di molte specie animali e vegetali, tutto come conseguenza di uno sviluppo umano insostenibile nel tempo e fortemente squilibrato nelle e tra le diverse aree della Terra. Secondo molti studi, le differenze economiche e sociali continuano ad aumentare: pochi ricchi sempre più ricchi e la fascia della povertà che aumenta in quasi tutti i Paesi.

     L’orso polare rappresenta un simbolo di sofferenza e morte che comunque lascerà indifferenti quanti, presidente degli Stati Uniti in testa, continuano a ignorare i cambiamenti climatici o a ritenerli non collegati alle attività umane e all’emissione in atmosfera di miliardi di tonnellate di gas serra-inquinanti ogni anno.

     Il video straziante e commovente si può vedere QUÍ. Naturalmente i biologi-fotografi non potevano intervenire per somministrare cibo (carne di foca) che non possedevano: un orso affamato inoltre è inavvicinabile senza un intervento di sedazione. Il problema riguarda tutti gli abitanti dell’artico e comunque a poco sarebbe servito riuscire a salvarne uno.

Crediti: https://www.lifegate.it/persone/news/orso-polare-fame-paul-nicklen . Crediti immagine: https://www.wwf.it/orso_bianco3/, con il Progetto Orso Polare.

Il Vulcano Agung

  In questi giorni il vulcano Agung nell’isola di Bali in Indonesia ha incominciato ad emettere grandi quantità di ceneri e lapilli, mentre il cratere si è riempito di lava pronta a fuoriuscire. Il rischio di un disastro incombe, perciò le autorità locali hanno evacuato almeno 140 mila persone per un raggio di dieci km intorno al vulcano e chiuso l’aeroporto della provincia di Bali bloccando, decine di migliaia di turisti che erano pronti a lasciare l’isola. Molti hanno abbandonato Bali via mare, altri hanno atteso la riapertura degli aeroporti. L’ultima eruzione di Agung, nel 1963, provocò circa 1600 morti. Le copiose emissioni di cenere e i frequenti tremolii hanno avvisato per tempo autorità e popolazione (cosa che non sempre accade), perciò ci sono tutte le premesse per evitare la catastrofe, nonostante l’isola oggi sia molto più abitata di 54 anni fa.

Le conoscenze attuali non permettono di definire con precisione quando avverrà l’esplosione e l’eruzione vera e propria, che potrebbe immettere nell’atmosfera enormi quantità di ceneri pronte ad oscurare il cielo di tutta l’area, oltre all’emissione di lava.

     Le caratteristiche esplosive di Agung sono dovute al tipo di magma: molto viscoso, con un’elevata percentuale di silice, generato dalla fusione delle rocce oceaniche per attrito in seguito alla subduzione della placca australiana al di sotto di quella pacifica. La lava molto viscosa fa fatica a risalire in superficie, accumulandosi nella camera magmatica e lungo il camino vulcanico, intrappolando sotto pressione un’enorme quantità di gas. Quando la pressione di questi gas supera quella del magma e delle rocce sovrastanti, si ha l’eruzione esplosiva (attività piroclastica), con i gas che lanciano a km di altezza ceneri, lapilli, bombe vulcaniche, brandelli di lava.

La quantità di ceneri potrebbe essere tale da diffondersi, con le correnti, in tutto il sudest asiatico se non addirittura in tutto il pianeta. Intanto il 28 novembre scorso, le ceneri miste all’acqua delle piogge hanno generato fiumi e torrenti di fango, i temibili lahar, che scendevano dalle pendici del vulcano e si sono riversati pericolosamente verso la costa.

L’Agung è uno delle centinaia di vulcani attivi che costituiscono l’Anello di fuoco circum Pacifico, esteso per almeno 40.000 km. Quest’area, dove si concentra la maggioranza dei vulcani del pianeta, comprende le coste occidentali dell’America meridionale, centrale, settentrionale fino all’Alaska, per proseguire poi con le isole Aleutine, le coste orientali dell’Asia: penisola della Kamchatka, isole Curili, Giappone, Filippine e Indonesia appunto. Crediti immagine in alto: World Archive; in basso: News In Flight, sono ben evidenti coste e canaloni ricoperti di vegetazione, generati dalla lava e dai materiali piroclastici delle eruzioni precedenti. Video Askanews. Documentario: Cintura di fuoco del Pacifico, realizzato da due classi del liceo scientifico Vittorio Veneto di Milano nel 2017.

Corte Costituzionale: giusto l’obbligo delle vaccinazioni

     Il Decreto del governo sull’obbligatorietà dei vaccini è legittimo: spetta alla legislazione nazionale, al Parlamento difendere la salute pubblica collettiva e prevenire la diffusione delle malattie. Così è stato rigettato l’ultimo ricorso della Regione Veneto contro il decreto sull’obbligo delle vaccinazioni, ritenendo non fondate le motivazioni che lo sostenevano.

     Oltre al Consiglio di Stato anche la massima Corte ha chiarito che l’obbligo dei vaccini, contrariamente a quanto sostiene la disinformazione diffusa su internet e da altri media, è finalizzato “a tutelare la salute individuale e collettiva e fondata sul dovere di solidarietà nel prevenire e limitare la diffusione di alcune malattie”. Quindi il decreto che prevede dieci vaccini obbligatori, pena la non iscrizione a scuola fino ai sei anni d’età e multe per i genitori dei bambini di oltre sei anni, è perfettamente costituzionale e legittimo.

     Il comunicato stampa di ieri chiarisce anche che “le questioni sottoposte alla Corte costituzionale non mettevano in discussione l’efficacia delle vaccinazioni – attestata dalle istituzioni a ciò deputate (Organizzazione mondiale della sanità; Istituto superiore di sanità) e da una lunga serie di piani nazionali vaccinali – ma la loro obbligatorietà, sospesa dalla Regione Veneto con una legge del 2007 che aveva introdotto un sistema di prevenzione delle malattie infettive basato solo sulla persuasione”. Ebbene è stata sancita anche la legittimità dell’obbligatorietà delle vaccinazioni, con buona pace dei “no vax” e di quanti, per opportunismo politico-elettorale, contribuiscono a creare fake news e disinformazione scientifica.

Festa dell’albero il 21 novembre

     La festa dell’albero si celebrava già quando ero studente io e rappresenta ancora oggi un’occasione importante per creare una sana coscienza ecologica nei giovani e negli adulti. L’evento è nato oltre un secolo fa e mantiene inalterate le sue finalità educative e ambientali, particolarmente importanti quest’anno, caratterizzato da un numero elevatissimo di incendi boschivi che hanno devastato vaste zone del Pianeta, ne sono un esempio quelli dell’ultimo mese che si sono diffusi per i boschi del Piemonte.

     In un recente articolo di Piemonte Parchi, Alberi e foreste, patrimonio dell’umanità di Loredana Matonti, si segnalano la situazione delle foreste del pianeta, il ruolo dell’albero, la conservazione del Siti Natura 2000 e altri aspetti a carattere ambientale degli alberi.

     Sullo stesso argomento si possono leggere alcune schede sugli alberi proposte in questo blog, oppure alcuni post precedenti: Piante, alberi e arbusti; Alberi monumentali d’Italia; Giornata nazionale dell’albero 2011. Breve video: Festa dell’albero 2016 del liceo Severi di Salerno.

     Per chi volesse approfondire, propongo alcuni testi: “Plant revolution” di Stefano Mancuso, edizioni Giunti; “La vita segreta delle piante” di P. Tompkins e C. Bird, il Saggiatore; “Erba volant” di Renato Bruni, Codice edizioni; “La vita segreta degli alberi” di Peter Wohlleben, gruppo Macro.

Segnalo, ancora una volta, l’equazione chimica generale relativa alle più importanti reazioni chimiche del pianeta: quelle della fotosintesi clorofilliana:

6CO2 + 6H2O (in presenza di luce e clorofilla) - – > C6H12O6 + 6Oche, attraverso un insieme di reazioni intermedie, trasforma l’energia luminosa in energia chimica immagazzinata nelle molecole di glucosio dei prodotti.

     Da tre anni, collegati alla Festa dell’albero, in Italia vengono indetti gli Stati Generali del Verde Pubblico, un’occasione per mettere insieme esperienze e competenze diverse per rafforzare la cultura della pianificazione territoriale del verde pubblico e ottenere città sempre più vivibili e meno inquinate.