I cristalli

      I cristalli che si possono osservare in natura sono strutture, modi di aggregazione della materia solida, con forma geometrica ben definita, regolare (cubica, ottaedrica, prismatica, …), che costituiscono molti minerali. I minerali a loro volta sono specie chimiche che possono essere formate da un solo elemento, in questo caso si parla di “elementi nativi” o, più frequentemente, da diversi elementi. Le proprietà fisiche e chimiche dei minerali sono tante e tali che richiedono trattazioni a parte. Un insieme di minerali a sua volta compone le rocce, cioè i costituenti solidi della parte più esterna dell’intero pianeta Terra e degli altri pianeti di tipo terrestre.

I cristalli sono stati trattati anche in letteratura, ad esempio sono l’argomento e il titolo di un racconto di Italo Calvino della raccolta “Ti con zero”, pubblicata da Einaudi nel 1967, in stretta relazione con le più famose Cosmicomiche. Tratto da “I cristalli”, riporto un breve e significativo brano.

“… Ce ne accorgemmo a un tratto. Vug disse: – Là!

Indicava, in mezzo a una colata di lava, qualcosa che stava prendendo forma. Era un solido di facce regolari e lisce e spigoli taglienti: e queste facce e spigoli s’andavano lentamente ingrandendo, come a spese della materia intorno, e anche la forma del solido cambiava, ma sempre mantenendo proporzioni simmetriche … E non era solo la forma a distinguersi da tutto il resto; era anche il modo in cui la luce gli entrava dentro, attraversandola e rifrangendosi. Vug disse: – Brillano! Tanti!

Non era il solo, infatti. Sulla distesa incandescente dove una volta affioravano soltanto effimere bolle di gas espulse dalle viscere terrestri, ora stavano venendo a galla cubi, ottaedri, prismi, figure diafane da parere quasi aeree, vuote dentro, e che invece come presto si vide concentravano in sé un’incredibile compattezza e durezza. Lo sfavillio di questa spigolosa fioritura invadeva la Terra, e Vug disse: – È primavera! – Io la baciai. …”

     I cristalli sono studiati da una branca della Scienza della Terra: la cristallografia, che si occupa sia dell’aspetto esterno (l’habitus) di un cristallo, sia della struttura, cioè della disposizione degli atomi al suo interno. Habitus e struttura si basano su importanti proprietà fisiche e su alcune leggi, come quella della razionalità degli indici e quella di simmetria.

In laboratorio si possono proporre significative esperienze sulla formazione dei cristalli col metodo dell’evaporazione del solvente da una soluzione salina satura.

Riporto le indicazioni di massima, articolate in introduzione, materiali necessari, procedimento, osservazioni e conclusioni, indicazioni di sicurezza per una di queste esperienze svolte.

Introduzione

I minerali sono strutture che compongono le rocce, omogenee per composizione chimica e caratteristiche fisiche. In molti minerali sono evidenti le strutture cristalline. I cristalli si formano quando un magma si raffredda e forma minerali e rocce oppure quando da una soluzione evapora il solvente. In questo caso, in laboratorio si userà la tecnica di evaporazione del solvente per ottenere alcuni cristalli.

Materiali

Alcuni becher da 500 mL, acqua distillata, bacchetta di vetro per agitare, solfato di rame pentaidrato (CuSO4 *5H2O) in polvere, solfato doppio di cromo e potassio dodecaidrato [KCr(SO4)2 * 12H2O], carta da filtro, imbuto, sostegno per imbuto, spatolina, fornello per riscaldare, bilancia digitale.

Procedimento (alcuni gruppi lavoreranno col solfato di rame, altri col solfato doppio di cromo e potassio)

1. Riscaldare un litro di acqua distillata.

2. Versare 100 g di solfato di rame (o solfato doppio di cromo e potassio) nel becher ed aggiungervi 250 mL di acqua distillata calda e agitare bene con la bacchetta di vetro fino ad ottenere una soluzione satura.

2. Filtrare la soluzione calda per eliminare l’eventuale soluto non disciolto e raccogliere il filtrato.

4. Osservazione: le soluzioni hanno colore diverso a seconda del soluto utilizzato.

5. Porre le soluzioni in un luogo fresco per lasciarle raffreddare lentamente e poi lasciar evaporare il solvente.

6. Riprendere i becher dopo diversi giorni, ad evaporazione avvenuta.

Osservazioni e conclusioni

Dopo alcuni o molti giorni, a seconda della temperatura dell’ambiente in cui sono stati posti i becher, sul fondo compariranno i cristalli di solfato di rame (color azzurro) oppure i cristalli di solfato doppio di cromo e potassio (color violetto intenso).

Generalmente i cristalli sono numerosi e di piccole dimensioni. D’altra parte in natura, le condizioni ambientali nella maggioranza dei casi non permettono la formazione di cristalli grandi e ben formati. Per il loro accrescimento l’esperienza deve continuare con un’altra attività.

Indicazioni di sicurezza, simboli di rischio chimico (Regolamento 1272/2008/CE, o Regolamento CLP) e relativi pittogrammi di pericolo.

Fornello per riscaldare: Manipolato dal docente o dal tecnico di laboratorio. Rischio di ustioni.

Solfato di rame pentaidrato (CuSO4 *5H2O): irritante/nocivo, nocivo per l’ambiente.

Solfato doppio di cromo e potassio dodecaidrato [KCr(SO4)2 * 12H2O]: irritante/nocivo.

     

 

 

 

 

  Per approfondimenti sui cristalli e sul loro accrescimento, Massimo Moret, Università di Milano-Bicocca “Come crescono i cristalli” o, più sintetico, “Il mondo dei cristalli” dell’Associazione Italiana di Cristallografia. Tra qualche giorno, il 19 gennaio, sarà il 50° anniversario della fondazione dell’Associazione Italiana di Cristallografia.

Video: “I cristalli” di RAI Scuola.

Catastrofi naturali ed estinzioni di massa

     La mostra “Estinzioni. Storie di catasfrofi e altre opportunità”, del Museo della Scienza (Muse) di Trento, consente una riflessione sulla ricerca scientifica riferita ai grandi temi ambientali dell’attualità e sulle grandi catastrofi che si sono verificate nella storia del nostro pianeta. In particolare sono stati considerati cinque nuclei tematici sulle grandi estinzioni degli ultimi 500 milioni di anni, accertate dalle ricerche paleontologiche su diverse aree della Terra: a) concetto di fossili e reperti fossili esposti, con le principali biodiversità del passato; b) caratteristiche di cinque grandi estinzioni; c) focus su mammut, tigri dai denti a sciabola, bisonti delle steppe; d) vicende evolutive del genere “Homo”; e) L’Antropocene, l’era dell’Homo sapiens.

     Nello schema “Mass extinsion” a sinistra, sono rappresentate sette grandi estinsioni:

1. Cambriano-Ordoviciano, avvenuta circa 480 milioni di anni fa.

2. Ordoviciano-Siluriano, di 440 milioni di anni fa, causa probabile: imponenti glaciazioni. Nell’immagine (crediti: Understanding Evolution ), un esempio di fossili di trilobiti (philum degli Artropodi), organismi marini diffusissimi in questo periodo, di varie dimensioni: alcuni piccolissimi, altri grandi e corazzati.

3. Devoniano -Carbonifero, circa 360 milioni di anni fa, con la scomparsa dell’80% almeno delle specie. Causa probabile: impatto di numerosi asteroidi (?) nell’arco di qualche milione di anni.

4. Permiano- Triassico, risalente a 250 milioni di anni fa, considerata la più catasfrofica della storia della Terra, con la scomparsa del 96% delle specie marine allora viventi.

5. Triassico-Giurassico, di 200 milioni di anni fa, a causa dell’aumento di 5 °C della temperatura media, per motivi sconosciuti.

6. Cretaceo-Terziario, di 65 milioni di anni fa. La più conosciuta dal grande pubblico, che portò all’estinzione dei grandi dinosauri, provocata dalla concomitanza di un grande asteroide che ha colpito l’area dell’attuale Golfo del Messico – Penisola dello Yucatan e da innumerevoli grandi eruzioni vulcaniche in diverse zone del pianeta. Segnalo che una linea dei piccoli dinosauri vive ancora oggi: è quella che ha portato agli uccelli (vedi: I discendenti dei dinosauri ci fanno compagnia, Ere geologiche e principali forme di vita).

7. Olocene, quella che sta attraversando oggi la Terra e che secondo alcuni sarebbe causata dalle attività umane, tanto che il periodo attuale viene anche definito “Antropocene”.

     Ma cosa sono le grandi estinsioni di massa? Sono periodi di tempo geologicamente abbastanza brevi durante i quali c’è uno stravolgimento degli ecosistemi e degli ambienti, con scomparsa di un grande numero di specie viventi e la comparsa di nuove specie che diventano a loro volta dominanti sul pianeta. È opinione comune che le grandi estinzioni siano state prodotte quasi sempre da una concomitanza di cause.

     La mostra di Trento raccoglie reperti fossili di vertebrati estinti, originali e conservati in alcuni grandi musei italiani: Trento, Torino, Roma, Firenze, Ferrara, Treviso, Voghera, Padova, Verona. Le storie dei reperti esposti e dei gruppi di ricerca che li hanno ottenuti permettono di comprendere quanto sia affascinante la paleontologia, la storia della vita sulla Terra e le vicende che hanno portato all’estinzione di alcune specie famose che, poi, hanno lasciato il posto ad altre più adatte al nuovo ambiente che di volta in volta si formava.

Il Muse, all’avanguardia nella divulgazzione scientifica, ha arricchito la mostra con spazi interattivi, animazioni e video che coinvolgono anche i visitatori “inesperti” e meno appassionati.

La mostra sarà visitabile fino al 26 giungo 2017. Chi vuole saperne di più, info: www.muse.it .

Per approfondimenti, video: Catastrofi nella storia del Sistema solare (Focus); Storia del pianeta Terra.

Crediti schema Mass extinction: https://commons.wikimedia.org/wiki/

Le immagini scientifiche più belle del 2016

     Anche quest’anno, la rivista Nature propone un elenco delle più belle immagini scientifiche del 2016. Nella speciale classifica spiccano le immagini realizzate con strumenti per osservare l’infinitamente piccolo, microscopi sempre più sofisticati e quelle ottenute nelle osservazioni spaziali con i telescopi. Ci sono anche foto della Terra scattate dalla Stazione Spaziale Internazionale, quelle di animali, un cristallo di carbonato di calcio ingrandito 2000 volte, una spettacolare parte inferiore della zampa di un insetto, ecc.

2016 in pictures: The best science images of the year

Nella foto, una cellula staminale umana ripresa al microscopio elettronico a scansione con falsi colori (crediti: http://www.nature.com ). In basso, un “mostruoso” pesce predatore degli abissi oceanici (crediti: http://www.livescience.com/ ). 


 

Poema sul disastro di Lisbona

     Mentre l’uomo, con le sue guerre sparse per il mondo e con gli atti terroristici (l’ultimo a Istanbul in questa notte di passaggio tra il 2016 e il 2017), persevera nella sua distruzione e in quella delle altre specie e dell’ambiente, segnalo un poema su un fenomeno naturale, il terremoto di Lisbona del 1755, ritenendo che l’instabilità del pianeta richieda già abbastanza sforzi ed energie da non sprecare in guerre e guerriglie di vario tipo.

Poveri umani! e povera terra nostra! Terribile coacervo di disastri! Consolatori ognor d’inutili dolori! Filosofi che osate gridare tutto è bene, venite a contemplar queste rovine orrende: muri a pezzi, carni a brandelli e ceneri. Donne e infanti ammucchiati uno sull’ altro sotto pezzi di pietre, membra sparse; centomila feriti che la terra divora, straziati e insanguinati ma ancor palpitanti, sepolti dai lor tetti, perdono senza soccorsi, tra atroci tormenti, le lor misere vite.” 

     Inizia così il “Poema sul disastro di Lisbona” di François Marie Arouet de Voltaire (1694-1778), non un poema scientifico ma un testo di carattere storico e filosofico sui diritti umani, sul rapporto uomo-religione-natura. Secondo Francesco Tanini, che ha tradotto ed introdotto il Poema in italiano (Poema sul disastro di Lisbona, con introduzione di Francesco Tanini),  La tesi sostenuta da Voltaire è semplice (per noi che abbiamo da tempo assimilato, appunto, il suo pensiero): il male nel mondo non può essere opera di Dio, ché in tal caso non sarebbe un Dio buono e giusto, né può essere opera di altri, ché in tal caso non sarebbe un Dio onnipotente. Eppure il male esiste e ci dobbiamo fare i conti. Ma che il male appaia tale agli umani e che sia invece parte del bene universale, tesi ricorrente in certa teodicea e fulcro del pensiero leibniziano, è uno stravolgimento della realtà in quanto ne nega la sofferenza ed è un insulto a coloro uomini, donne, vecchi e bambini – che, senza alcuna colpa, sono stati schiacciati a Lisbona dalle pareti delle loro stesse case o sono stati, in generale, vittime delle leggi di natura. E se il Poema terminava ancora con una parola di speranza, Voltaire scriverà poco dopo il Candide, l’opera considerata il suo capolavoro letterario, in cui il suo pessimismo diverrà totale. Il male è rappresentato in tutte le sue manifestazioni possibili lungo l’avventura umana di Candide, così da rappresentare la più efficace denuncia del tutto è bene leibniziano, questa “filosofia crudele sotto un nome consolatorio” com’ ebbe a scrivere in una lettera del 18 febbraio 1756.”

     Propongo il testo (Fondazione Feltrinelli) e il fatto (il terremoto del 1755) perché già allora, nell’età dei lumi, molti si ponevano interrogativi sulle certezze asserite da filosofi e religiosi: la necessità e desiderabilità del dominio dell’uomo sulla Natura, sempre. Lo sfruttamento estremo delle risorse naturali senza una necessità, senza un reale bisogno, spesso con le guerre, da allora ha riguardato anche le fonti fossili di energia e l’immissione di inquinanti nell’ambiente.

     La recente elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti e le sue idee estreme e negazioniste sui problemi ambientali e sui cambiamenti climatici in atto, dimostrano quanto sia ancora lungo il cammino verso uno “sviluppo sostenibile”, rispettoso dei bisogni delle generazioni future e del ruolo attuale della Natura e della nostra instabile crosta terrestre.

     Sui terremoti, in pochi casi (Giappone, California) le politiche sono state lungimiranti e rivolte alla prevenzione di questi eventi catastrofici, con costruzioni di edifici adeguati a resistere alle scosse.

     Il Poema di Voltaire prende spunto da uno dei terremoti più catastrofici degli ultimi secoli. La magnitudo è stata stimata a posteriori fra 8,5 e 8,7 della scala Richter. Allora la scala Richter, basata sull’energia sprigionata dalla scossa sismica, non era ancora stata ideata: il geofisico statunitense Charles Richter la sviluppò nel 1935. Anche la scala Mercalli-Cancani-Sieberg che si basa solo sui danni provocati dal terremoto, perciò empirica, è successiva: 1883, con modifichenel 1902. Il terremoto di Lisbona del 1755 provocò almeno 60.000 morti, fino a 90.000 secondo altre fonti.

     Su Wikipedia c’è un’accurata descrizione del disastro che colpì la capitale portoghese , scritta dal famoso geologo scozzese Charles Lyell (1797-1875) che ebbe molta influenza anche su Charles Darwin e sulla pubblicazione de “L’origine delle specie”:  “Dapprima s’udì provenire dalle viscere della terra un rombo come di tuono, subito dopo una violenta scossa abbatté gran parte della città. Durante sei spaventosi minuti, morirono 60.000 persone. Il mare prima si ritirò, lasciando il molo e la riva a secco, con tutte le navi e le barche che vi erano ormeggiate, quindi tornò rombando, sollevandosi di quindici metri oltre il suo solito livello. …”  Crediti immagini: 1. Fondazione Giangiacomo Feltrinelli ; 2. INGV Comunicazione ; 3. Semperinsima onlus

 

 

 


 

 

Il vischio: pianta della fortuna e dell’amore

     Il vischio è una pianta emiparassita, sempreverde ed epifita, abbastanza comune in Europa centrale e occidentale, ma anche in Asia. In questo periodo si usa raccogliere i rami con le bacche bianche, per le decorazioni natalizie. A questa pianta, nei Paesi scandinavi e centro europei, sono associate antiche leggende e tradizioni che la considerano sacra o comunque indicativa di buon augurio. Da queste antiche leggende, in Scandinavia è rimasta l’usanza di salutare il vecchio anno e farsi gli auguri per quello nuovo baciandosi sotto i rami di vischio, simbolo di amore, felicità, tenacia come il succo vischioso delle sue bacche.

     Il nome scientifico è Viscum album, con riferimento al colore biancastro dei suoi frutti, le bacche perlacee e sferiche ricche di polpa “appiccicaticcia”. Vive sui rami di diverse piante: dal pino silvestre alla robinia, dal melo al pero, dall’abete bianco al tiglio e ha l’aspetto di un folto cespuglio sferoidale ben visibile a chi attraversa la Francia o la Germania durante il periodo invernale, quando gli alberi sono spogli e mettono in evidenza queste formazioni globose sempreverdi, ricche di ramificazioni.

     La foto mostra alcuni di questi cespugli di vischio su Robinia pseudacacia, sul versante francese delle Alpi, nella zona di Grenoble. Nell’ingrandimento sono evidenti sia le bacche che le foglie opposte, verdi e carnose.

     La disseminazione avviene ad opera degli uccelli, soprattutto tordi, ghiotti delle bacche che contengono il seme già parzialmente sviluppato (embrione), verde e pronto a svolgere la fotosintesi e attecchire su qualsiasi substrato, una volta liberato dalla sostanza vischiosa che lo avvolgeva ed eliminato dall’apparato digerente del volatile, se dispone di un po’ di umidità. Quando le condizioni sono favorevoli allo sviluppo, l’embrione non cresce verso la luce (fototropismo) come avviene nella maggioranza delle altre piante, ma curva in direzione opposta (fototropismo negativo) inserendosi sul substrato, in genere un altro ramo, ma può attecchire anche sulla roccia o su tronchi di alberi morti.

     Il vischio è considerato emiparassita perché la pianta ospite generalmente non riceve danno da un solo individuo, che non assorbe la linfa dai rami perché è perfettamente in grado di svolgere la fotosintesi, più volte segnalata in questo blog con l’equazione generale e sintetica 6CO2 + 6H2O – - – > C6H12O6 + 6O2, che trasforma l’energia luminosa in energia chimica sfruttabile anche dagli organismi eterotrofi come gli animali. Se i cespugli di vischio sono numerosi allora i danni sono evidenti nel deperimento della pianta e il fenomeno diventa un vero parassitismo, causato dai danni che provocano inserendosi sotto la corteccia e dalla competizione per “catturare” la luce durante i periodi primaverile ed estivo.

     Il contenuto delle bacche, se liberato dall’involucro e messo a contatto con l’acqua, diventa una colla abbastanza tenace, tanto che in alcune regioni europee in passato è stata utilizzata per l’uccellagione. Alcuni rami a cui erano appese gabbie contenenti i “richiami” delle specie cacciate, venivano ricoperti della colla del succo delle bacche di vischio e quando gli altri uccelli, attratti, vi si poggiavano rimanevano “invischiati” e potevano essere catturati.

Per approfondimenti e riferimenti bibliografici europei: Biologia del vischio;

Video: Il vischio (Porcigatone, frazione di Borgo Val di Taro, Parma).

Sull’antica pratica dell’uccellagione, ormai si spera superata, propongo un video-documentario della cineteca di Bologna del lontano 1968.

Il giuramento di Ippocrate

     Il recente episodio di cronaca nera che ha riguardato alcuni dipendenti dell’Ospedale di Saronno, un medico e un’infermiera, ma dalle indagini sembra che altri fossero a conoscenza di ciò che accadeva nel reparto di pronto soccorso durante alcuni turni di lavoro, mi induce a proporre ai lettori la versione moderna del giuramento di Ippocrate (460 – 377 a. C.). Si tratta di un giuramento che viene prestato dai medici-chirurghi e odontoiatri prima di iniziare la professione e si pensa risalga al IV secolo a. C. nell’antica Grecia.

     Un giuramento che, dalle intercettazioni pubblicate, sembra sia stato trasgredito molte volte in più parti, insieme alle leggi. I gravi episodi di cronaca riguardanti la sanità, che ormai si presentano tutti gli anni, stanno creando sconcerto nella popolazione adulta ma anche negli studenti delle scuole secondarie che solitamente non seguono assiduamente giornali, telegiornali e radiogiornali e che mi hanno chiesto di discuterne durante l’ora di Biologia.

     Ho chiarito che per adesso si parla solo di ipotesi di reato e che bisognerà attendere i vari gradi di giudizio (quanti anni?) per sapere in che misura e con quanti pazienti eventualmente è stata trasgredita la legge e, con essa, il giuramento di Ippocrate. Problemi simili, gravi negligenze o decisione consapevole di arrecare danno o morte ad altre persone, si riscontrano anche in altre categorie di lavoratori, perciò non è proprio il caso di colpevolizzare la categoria dei medici o quella degli infermieri. Però il fatto che altre persone fossero a conoscenza dei gravi episodi di malasanità e che hanno taciuto, o che l’indagine interna all’Ospedale attivata su segnalazione di altri dipendenti non ha riscontrato nulla di strano in questi decessi e nei farmaci somministrati, crea sconforto e sfiducia. Dobbiamo però essere anche fiduciosi: alcuni di quelli che hanno notato o avuto sospetti hanno segnalato gli episodi!

La versione moderna del Giuramento di Ippocrate è la seguente:

Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro:

- di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento;

- di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;

- di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente;

- di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze;

- di prestare la mia opera con diligenza, perizia e prudenza secondo scienza e coscienza e osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione;

- di affidare la mia reputazione esclusivamente alla mia capacità professionale e alle mie doti morali;

- di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della categoria;

- di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni;

- di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica;

- di prestare assistenza d’urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’Autorità competente;

- di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico, tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto;

- di astenermi dall’ accanimento diagnostico e terapeutico;

- di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato.”

Crediti immagine: Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della provincia di Catania .

Video-dibattito su Ippocrate di RAI-Scuola, col mitico Luciano Onder.

 

Dialogo della Natura e di un islandese

     Riferimenti alla natura si trovano in molte delle opere di Giacomo Leopardi (1798-1837). Soprattutto nei “Canti” (L’infinito. Il passero solitario. Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Alla Luna, … ) e nelle “Operette morali” imperniate sulla vita e sulla morte, come nella “Storia del genere umano”, nel “Dialogo della natura e di un islandese”, nel “Dialogo di un fisico e di un metafisico” o nel “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie”, nel “dialogo della Terra e della Luna” ecc.

     Sia i “Canti” che le “Operette morali” furono pubblicati nelle versioni definitive nel 1835 a Napoli. Il “Dialogo della Natura e di un islandese” venne composto a Recanati nel 1824 e pubblicato la prima volta nel 1827. Per diritti d’autore, propongo solo l’inizio dell’opera. Il lettore potrà continuare la lettura sul sito del Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati: http://www.leopardi.it/ .  Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l’interiore dell’Affrica, e passando sotto la linea equinoziale in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare quelle nuove acque. Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell’isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all’ultimo gli disse.
Natura. Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?
Islandese. Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.”
  [Continua: http://www.leopardi.it/operette_morali12.php ]. 
Crediti immagine Capo di Buona Speranza: Safari Africa .

Gli indicatori del clima in Italia

     Da qualche mese l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha pubblicato l’XI rapporto della serie “Gli indicatori del clima in Italia”, relativo all’andamento climatico del 2015. Un rapporto ricco di dati e complesso da leggere nella sua interezza, con indicatori e indici climatici elaborati e diffusi da un altro ente ISPRA: il Sistema nazionale per la raccolta, l’elaborazione e la diffusione dei dati Climatologici di Interesse Ambientale o SCIA. SCIA si avvale anche della collaborazione del Servizio Metereologico dell’Aeronautica Militare e della varie ARPA regionali italiane.

     Cosa si ricava dai dati del 2015? sostanzialmente una riduzione della quantità di pioggia annua (può sembrare paradossale in questi giorni di alluvione in alcune Regioni d’Italia, ma i dati complessivi dell’intero territorio italiano indicano una diminuzione della quantità di pioggia globale e quella che cade è sempre più associata a fenomeni estremi) e un aumento della temperatura media nelle varie aree del Paese.

     Gli autori della pubblicazione sono Franco Desiato, Guido Fioravanti, Piero Fraschetti, Walter Perconti, Emanuela Piervitali (ISPRA); Valentina Pavan (ARPA Emilia-Romagna). Scarica la pubblicazione (Pdf – 9 Mb) ISPRA Stato dell’Ambiente 65/2016.

     Sulla temperatura, associata ai cambiamenti climatici in atto, si conferma un graduale e piccolo aumento di anno in anno. Temperature record sono state registrate dalle stazioni meteorologiche alpine e dell’Italia settentrionale in generale, con effetti devastanti sulle masse glaciali che nel periodo estivo si riducono sempre più senza riuscire a ripristinarsi in quello invernale.

     Le precipitazioni invece sono state inferiori agli anni precedenti in tutte le Regioni, tranne in Sicilia dove però sono state associate a fenomeni estremi che hanno portato molti danni e pochi benefici.

     Il grafico sull’andamento della temperatura media, globale e in Italia, e quello sull’anomalia dell’aumento del 2015 rispetto alla media del periodo 1961-1990 sono stati ricavati dal rapporto.  Nella cartina dell’Italia sono evidenti gli aumenti maggiori della temperatura media nel Nord e nel Centro della penisola. 

Le leggi di Keplero de “I supplenti italiani”

      In un bel video, gradevole nelle parti musicali e nel testo, la Boy Band “I supplenti italiani” descrive le tre leggi di Keplero.

     Giovanni Keplero (1571-1630), astronomo tedesco, come Galileo fu un forte sostenitore della Teoria Copernicana che poneva il Sole al centro dell’Universo allora conosciuto, in contrapposizione della Teoria geocentrica Tolemaica. Ma Keplero è una pietra miliare nella storia dell’Astronomia e della Scienza per le tre leggi che regolano il moto dei pianeti attorno al Sole. Leggi che ricavò dalle sue osservazioni e soprattutto dai dati raccolti dal suo maestro, l’astronomo danese Tycho Brahe (1546-1601).

      La I legge, formulata nel 1609 (anno in cui Galileo puntò per la prima volta il suo “cannone occhiale” verso il cielo), afferma che i pianeti percorrono intorno al Sole orbite ellittiche di cui il Sole occupa uno dei due fuochi.

     La II legge, formulata anch’essa nel 1609, afferma che le aree descritte dal raggio vettore (tra Sole e pianeta) sono proporzionali al tempo impiegato a descriverle.

     La III legge, del 1619, afferma che il quadrato del periodo di rivoluzione di un pianeta è proporzionale al cubo del semiasse maggiore dell’orbita.

     Complicato? Prova dal tuo libro di Scienze (medie o superiori) e il video de “I supplenti italiani” . Anche il video ricavato da Toni Canz da “La nascita del metodo scientifico” del Prof. Enrico Bellone è chiaro e istruttivo.

Crediti ellipse: usr-lazio.artov.rm.cnr.it .

Luna eccezionale al perigeo

     Stasera in alcune zone d’Italia si vedrà una Luna da record, una Luna piena gigante e particolarmente luminosa. Solo in poche Regioni però, nel resto d’Italia le nubi non consentiranno di osservare l’evento.

     La causa principale di questo fenomeno è il passaggio della Luna al perigeo della sua orbita intorno alla Terra, associata alla fase di plenilunio. L’orbita lunare, come quella di altri satelliti naturali dei pianeti del Sistema solare e come le orbite dei pianeti intorno al Sole è un’ellisse. La scoperta della forma delle orbite dei pianeti fu di Giovanni Keplero (1571-1630) che nel 1609 pubblicò la prima e la seconda delle tre leggi che portano il suo nome. Nello stesso anno, Galileo costruì il suo primo cannocchiale e fece le sue prime osservazioni della superficie lunare con disegni abbastanza dettagliati di quanto osservato.

     Durante quest’orbita ellittica della Luna, la Terra occupa uno dei due fuochi dell’ellisse, di conseguenza ci sarà una distanza massima dal nostro pianeta (apogeo,) a circa 405.000 km e una distanza minima (perigeo) a circa 356.000 km. La distanza media è di 384.000 km.

     Oggi la Luna raggiunge proprio questa distanza minima e ci appare la più grande e più luminosa degli ultimi 68 anni. Il prossimo appuntamento con una Luna che presenterà queste condizioni è previsto per il 2034.

     Gli appassionati che non potranno osservarla direttamente per le avverse condizioni del cielo, possono collegarsi in diretta streaming ad uno degli osservatori astronomici che si troveranno in condizioni di osservazione favorevoli. Per seguire la superLuna, le più adatte sono le prime ore della serata: http://www.virtualtelescope.eu/webtv/